
È nel 2005 che nasce il primo nucleo dei Karmatest e sino al 2009 la band è stato un vero e proprio laboratorio di sperimentazione sonora, dopo quattro anni di archetipi lirici e strumentali ecco giungere nel 2009 l’autoproduzione “Sand In Sand”, un piccolo gioiello di espressività.
L’album si compone di otto tracce ove il comun denominatore appare quello dell’apertura compositiva, intesa come confluenza senza limiti e restrizioni. Si perché nel sound della band convivono senza forzature ed in maniera naturalissima, referenze che vanno dagli A Perfect Circle ai Muse e che riescono a far propria la ricercatezza sperimentale dei Porcupine Tree.
Il risultato finale, di tale miscela stilistica, è un alternative rock pregno di sensazioni intime e sofferte ove prendono forma melodie aeree, riffs circolari, passaggi acustici e una dialettica disambigua di fondo dove cadono tutte le barriere restrittive legate alle categorie di genere e stile. Quella dei Karmatest è una proposta profondamente colta, una proposta che si tiene sempre alla larga da ogni banalità di sorta e da tutto ciò che può essere legato al facile ascolto. Ed è proprio in questa ottica che la band riesce a regalare brani che sono veri e propri movimenti di spirito, brani ove viene in primo piano una interiorità, che come il sound tutto, vive di contrasti.
Vi basterà ascoltare l’opener “Unconstant Faliure”, aperta da un riff che riporta alle iperboli dei Tool o la finale “Dissolve”, dalle sonorità eteree, per rendervi conto dell’estrema caratura della proposta tutta. Un lavoro che fa ripensare allo stato dell’underground italiano in senso tutto positivo. Un piccolo trattato di poesia e sperimentazione. Un vero e proprio spleen sonoro pregno di sensazioni impressioniste.