
Alla luce ed a dispetto di ciò che accade in quelle che possono definirsi realtà mediatico/musicali del costume di casa nostra, ove vengono messe in eccellenza bieche realtà commerciali fatte di essenze che sono sublimazioni di luoghi e “laghi” (per citare la vittima di turno) comuni, giunge in soccorso dell’ascoltatore, l’atto dell’autoproduzione, vero e proprio generatore di esperienze antagoniste al regime sonoro vigente.
Figli dell’autoproduzione d’alta qualità sono i Watzlawick, band pisana autrice di un Post Rock pregno di rimandi ad aliene divagazioni che sanno di sincopi e di sperimentazioni Math Rock. La band trae il proprio monicker da Paul Watzlawick, psicologo e primo esponente della Scuola di Palo Alto. Ed è proprio il pensiero dello psicologo in questione ad essere uno dei nodi per capire a fondo l’essenza di “Prologue”, si perché per Watzlawick l’uomo non è una monade, un qualcosa di isolato tra gli altri, ed anche quando è da solo, questi non può eludere l’atto comunicativo. Nella comunicazione si apre una relazione con l’altro, in un gioco di rimandi dove la posta è la definizione del sé. Questo sé (come per Pirandello) è un qualcosa di multiforme che varia a seconda delle relazioni che intercorrono con gli altri ed anche con se stessi.
Questo gioco multiforme volto alla definizione del sé è il cardine del sound della band pisana, un sound che è figlio di nature ibride nel suo continuo rimandare a sensazioni intime, melodie aeree, a strutture fatte di dissonanze e di illuminate ed illuminanti divagazioni ove prendono forma i concetti estranei ed estranianti di un artista come Mike Patton insieme ai rimandi modernisti dei Dillinger Escape Plan, in un corpus sonoro che crea un continuum di sensazioni di vertigine. Un corpus sonoro che ha un modo di rappresentarsi alieno anche a sé stesso. Sei tracce che sono sei abbozzi di personalità, che hanno forza proprio perché non si autodefiniscono ed eludono sapientemente ogni rimando a bieche classificazioni.
Un lavoro di caratura elevata che è un piccolo trattato di sperimentazione sonora. E come conclude lo psicologo austriaco: la relazione comunicativa è una essenza circolare in cui causa ed effetto restano indefinibili. Aprirsi a nuovi orizzonti non è mai stato così piacevole.