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News, Interviste, Live Reports Interviste Deflore: sintesi della dialettica uomo/macchina
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Non sono molte le realtà italiane disposte a non scendere a compromessi ed a fregiarsi di qualità espressive distanti dalla formalità. I Deflore sono una di queste, grazie alla propria miscela di Industrial, Rock e Metal e di sensazioni sintetiche. Una intervista che è anche una piccola introduzione a ciò che si cela dietro il duo romano.

 


H/I: Salve e benvenuti su Heavy Impact. Partiamo subito con il parlare di “2 Degrees of Separation”, quali sono i due gradi di separazione a cui si riferisce il titolo?
Deflore: Il titolo del nostro album riguarda sostanzialmente noi stessi, e la prima fase del nostro percorso musicale chiuso idealmente con il nostro terzo disco “2 Degrees of Separation”, ultimo capitolo della nostra prima trilogia. Il titolo allude chiaramente anche alla dualità e all’interazione tra elemento umano ed elemento macchina che da sempre ci caratterizza e che rappresenta l’elemento fondante della nostra filosofia musicale.

H/I: Di norma, la proposta sonora viene etichettata come Industrial, vi ritrovate in tale definizione o la trovate restrittiva?
Deflore: Partendo dal presupposto che non amiamo le etichette che vengono date alla nostra musica, possiamo dire che l’industrial è solo un aspetto della nostra proposta. Certo, il mood industrial è la prima cosa che si avverte, ma c’è molto di più. Psichedelia, trip hop, dub, noise e post rock, sono gli elementi che danno vita ai nostri brani, ognuno caratterizzato da una dose maggiore o minore dei vari generi. Non ci siamo mai dati una vera e propria direzione al di fuori della scelta di fare musica strumentale ed in parte elettronica…l’unica elemento ricorrente è la dualità uomo-macchina.

H/I: Eccezion fatta per narrazioni o estratti, i Deflore non usano testi e di conseguenza, non hanno un cantato a corredare le trame sonore. In questo senso, che importanza rivestono i titoli delle tracce? Sia per quanto riguarda il lato legato alla composizione, e quindi se il titolo giuda il mood del brano, sia per ciò che esso deve comunicare al fruitore.
Deflore: Tutti o quasi i titoli dei nostri brani sono autoreferenziali, ovvero nascono da situazioni o immagini che ci appartengono in maniera esclusiva. A volte i titoli nascono ancor prima che il brano sia completo, solo da un semplice riff o ambiente, e dalle immagini che esso ci comunica. Altre volte i titoli derivano direttamente dal tipo di samples usati  o dalle emozioni che queste ci trasmettono. Ci piace giocare con le parole, oltre che con i suoni, e creare titoli con parole composte o inventate, come ad esempio “Trilogy of Gas” che si vuole riferire sia al campione estratto da “Old Boy” (parte della trilogia sulla vendetta) sia alla struttura del brano, composta da tre “ambienti” differenti. In fondo i titoli delle tracce non vogliono condizionare l’ascoltatore, sono solo parole,  e per noi è solo la musica ad avere importanza.

H/I: Nel brano “Trilogy Of Gas” vi è un brano narrato estratto dal film “Old Boy”, come detto, perché questa scelta?
Deflore: Siamo dei cinefili, e un certo tipo di cinema ha sempre avuto una parte molto importante come ispirazione per ambienti o parti della nostra musica. “Old Boy” è un film che ci ha molto colpito, lo abbiamo sentito molto vicino al nostro immaginario, ed abbiamo deciso di comporre un brano, partendo da quel semplice sample tratto dal film, cercando di ricrearne l’atmosfera con le nostre sonorità. Il risultato è, a nostro avviso, ottimo e pensiamo di muoverci sempre di più in questa direzione.

H/I: È innegabile che il vostro sound, seppur con un comparto “fisico” votato comunque alla pesantezza e di conseguenza al groove, sia in realtà in gran parte cerebrale. In tal senso, come si relaziona al sound, l’audience negli appuntamenti live?
Deflore: Complimenti, è la prima volta che ci viene proposta una domanda riguardante un “problema” che ci attanaglia da anni! Verissimo, la nostra musica, soprattutto se ascoltata su supporto, richiede ed è adatta ad un ascolto “intelligente” e partecipato dei nostri brani, nei quali spesso si contrappongono parti furiose ad ambienti morbidi e psichedelici. Il nostro repertorio “segreto” contiene decine di brani “celebrali” ma solo pochi di questi sono stati inseriti nei nostri album e solo alcuni proposti live.
Durante i live, solitamente proponiamo solo i brani più dinamici ed aggressivi, e raramente inseriamo quelli più “tranquilli”. Questo perché negli anni abbiamo notato che la maggior parte del nostro pubblico vuole essere “aggredito” dal suono, e durante un live set è difficile inserire eventi psichedelici (spesso molto lunghi) senza perdere l’attenzione del pubblico più metal! Ciò non toglie che cerchiamo sempre, in un modo o nell’altro, di mostrare anche questo nostro lato al quale teniamo molto, magari proponendo alcuni di questi brani nei bis o utilizzandone parti per intros e passaggi.

H/I: Quale è il compito ultimo di un musicista. La sperimentazione, anche se essa spesso taglia fuori l’ascoltatore medio, o il far si che la propria proposta sia bilanciata in modo da esser fruibile da tutti? Questo porta con sé una verità più profonda, ovvero l’opera d’arte e più in generale ciò che è legato alla creatività deve essere autoreferenziale, o mercificarsi?
Deflore: Il compito ultimo di un musicista, secondo Noi, è ovviamente la sperimentazione e il costante spostamento in avanti dei propri limiti! Certo, l’ascoltatore medio (quindi “ignorante”…nel senso che ignora gran parte di ciò che può essere definito musica), non capirà, o farà molta fatica, ma questo non deve interessare il compositore. Ed a noi non interessa. La musica, specialmente quella indipendente, non può e non deve essere schiava del mercato e di logiche che nulla hanno a che fare con l’ispirazione e con il processo creativo.
La musica, come tutto ciò che viene generato da un’artista, deve essere libera da schemi e preconcetti (come la durata standard di un brano per le radio, ad esempio, o la reiterazione della struttura strofa-bridge-ritornello). Se così non fosse, saremmo completamente invasi da musica fatta con lo stampo (un po’ come quella di MTV) e non ci sarebbero differenze sostanziali tra i generi. La musica è un messaggio, che ogni artista decide di trasmettere come meglio crede. Per quanto ci riguarda, non ci interessa realizzare “prodotti”, suoniamo per il gusto e per il bisogno di farlo, è la nostra esigenza comunicativa che ci porta ad esprimerci in questo modo e chi vuole recepire è ben accetto, gli altri…pazienza.

H/I: I Deflore sono recepiti meglio all’estero, dove c’è più apertura mentale, o in Italia?
Deflore:  La pochezza della scena musicale indipendente in Italia è nota….però quello di una certa predisposizione all’ascolto del pubblico italiano è in realtà un falso problema, nel senso che in Italia è sostanzialmente l’ ”educazione” musicale a mancare. Questo è, in parte, anche colpa delle radio e delle riviste di settore che tendono a enfatizzare proposte musicali più banali (o di più facile ascolto). In questo senso sì, fuori dal paese i Deflore scatenano interessi trasversali e il riscontro è buono, sicuramente migliore che in Italia; ma come detto, pensiamo sia un problema culturale.

H/I: Quale considerate essere il migliore tra i vostri lavori? Naturalmente la risposta: “il prossimo” non è contemplata.
Deflore: Forse, per completezza e risultato finale del sound (poiché è stato realizzato tutto in analogico), “2 Degrees of Separation” anche se ogni nostro album è per noi qualcosa di assolutamente unico e speciale. Ogni nostro lavoro rappresenta lo specchio della nostra vita in quel dato momento. Sarebbe veramente difficile sceglierne uno. “Human indu[B]strial” ha la freschezza del debutto e riassume tutti i nostri primi tentativi di definire il suono Deflore; “Egodrive” è un lavoro più omogeneo e forse meno “sperimentale” ma dotato di grande compattezza; “2 Degrees of Separation” rappresenta invece l’anello di congiunzione tra i Deflore di oggi e quelli di ieri, completando il cerchio del nostro primo decennio di vita. Un lavoro maturo sotto ogni aspetto.

H/I: È più facile trovare una fonte di ispirazione quando tutto ciò che ci circonda può essere vagliato da critica feroce o quando seguono un certo corso ed ordine?
Deflore:  L’ ispirazione è sostanzialmente dentro noi stessi, cerchiamo di non farci travolgere dal caos esterno, ma solo dalle nostre pulsioni…..Certamente però, come esseri umani, assorbiamo e metabolizziamo una certa dose di input esterni, e la piega decadente che caratterizza la realtà odierna ha forse riverbero nel tono drammatico, “dark”, che sempre più spesso caratterizza la nostra musica. Il disordine crea confusione, quindi anche la creazione di nuove vie e direzioni……

H/I: Volete aggiungere qualcosa che non è emerso nel corso di questa intervista?
Deflore:  In realtà ci piacerebbe salutare e ringraziare tutti coloro che da anni ci sostengono; i fans, la Subsound Records, il nostro ingegnere del suono Andrea Secchi, il nostro fotografo Francesco “Franz” Filippo e tutti quelli che hanno lavorato con e per noi…..anche grazie a voi resistiamo nella convinzione che, presto o tardi, la musica di spessore come siamo convinti sia la nostra debba necessariamente veder riconosciuti i propri meriti.
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