Torna in Italia, per il secondo anno, il Bonecrusher Fest. Di certo tra i Festival più brutali mai approdati in Italia. A guidare il carrozzone annichilente, in questo 2011, gli americani Dying Fetus che accompagnati dai sinistri Keep of Kalessin, dagli echi deathcore di matrice moderna dei Carnifex, dai nostrani Fleshgod Apocalypse e da Burning the Masses ed Angelus Apatrida, hanno dato vita al tutto. Heavy Impact ha seguito per voi la data romana, ed in merito a ciò, eccovi il nostro racconto.
Attendevo il 4 marzo con grande impazienza, sia per la curiosità di vedere dal vivo alcuni tra i gruppi che seguo con maggior interesse, sia per poter osservare da vicino gli stessi ed avere conferma, anche in sede live, delle ottime impressioni ricevute su disco. Sfortunatamente il tremendo traffico della capitale e la piacevolissima chiacchierata con Trey Williams mi fanno perdere le esibizioni dei primi due gruppi, Angelus Apatrida e Burning the Masses, che hanno avuto il difficile compito di scaldare il pubblico già accorso al Blackout Rock Club.
Arrivato in prossimità del palco trovo i Fleshgod Apocalypse che stanno terminando il sound check, pochi minuti e si parte con il loro death metal, estremamente personale ed articolato. I suoni non sono perfetti e questo certamente non aiuta il gruppo nostrano ma la prestazione è talmente energica da far passare in secondo piano i problemi tecnici. Il livello tecnico è altissimo, così come la qualità dei pezzi. Le prestazioni di tutti i membri sono praticamente perfette, ed ottime sono anche la presenza sul palco e la comunicazione con il pubblico. Il tempo a disposizione è assolutamente meno di quello che meriterebbero, ognuno dei sette pezzi che eseguono viene accolto con grande entusiasmo, anche se personalmente ammetto di aver preferito “Blinded by Fear” (cover degli AT The Gates) e “Thru Our Scars” tratte dall'ultimo EP del gruppo, “Mafia. Sicuramente i migliori della giornata, insieme agli headliner.
Cambio di strumentazione, nuovo check dei suoni e sono pronti a partire gli statunitensi Carnifex. Divertente notare come al cambio band sia corrisposto un cambio di platea, si fanno infatti largo in maggior numero supporter della scena deathcore, tra gli sguardi perplessi della parte più “tradizionalista” del pubblico. Accelerazioni e breakdown, l'alternanza di growl profondi e scream acidi sono la base del suono di questi ragazzi, che sfornano una performance quadrata e molto solida, con pezzi sempre diretti e d'impatto accolti tra l'entusiasmo dei fan. Sulla lunga emerge una certa ripetitività dei pezzi ma circle pit e pogo sono costanti fino alle acclamate “Lie to my Face” e “Hell Chose Me” che chiudono la setlist.
Brusca variazione stilistica con l'arrivo sul palco dei Keep of Kalessin, band norvegese che nel corso della carriera è passata da un black metal più “primordiale” ad un black\death di matrice ben più epica. La qualità tecnica è indiscutibile, e Obsidian C. si conferma essere chitarrista particolarmente dotato, nonché presenza carismatica sul palco. I suoni non impeccabili minano leggermente la prima parte dello spettacolo, quella più epica e suntuosa, che precede la seconda parte più aggressiva con brani tratti dalle prime uscite discografiche. Chiude l'ottimo spettacolo “Ascendant”, sicuramente uno dei brani più rappresentativi dei norvegesi.
Ultimo cambio sul palco, e finalmente imbracciano le loro “armi” i Dying Fetus, formazione che in quasi 20 anni di carriera, nonostante i costanti cambi di line-up, è riuscita ad incidere profondamente sulla scena internazionale del metal estremo. La prestazione è assolutamente in linea con le altissime aspettative: perfetta da ogni punto di vista. Che il livello tecnico del gruppo sia altissimo lo si capisce gia ascoltando il loro album, ma vedere i brani eseguiti con tale precisione ed impeto ha lasciato molti dei presenti letteralmente a bocca aperta. Difatti, mentre le prime fila si dedicavano al pogo estremo, chi è rimasto più distante dal palco per seguire con maggior attenzione l'esecuzione non poteva esimersi dal fare smorfie di incredulo stupore. I pezzi selezionati per la scaletta hanno poi ricoperto le due decadi di attività del gruppo, andando da “Eviscerated Offspring” tratta dalla demo “Infatuation With Malevolence” fino a pezzi estratti dall'ultimo “Descend Into Depravity” come “Shepherd’s Commandment”, passando per le conclusive “Pissing in the Mainstream” e “Kill your Mother/Rape your Dog” eseguite senza pause per concludere lo show.
Lo spettacolo si chiude qui, con il pubblico, inascoltato, che richiede un ultimo pezzo. Una vera e propria lezione di brutalità, groove e potenza, da parte di chi da 20 anni ha fatto di questi elementi la propria bandiera, e che lo si voglia ammettere o no, ha portato anche con la sua influenza alla nascita del controverso deathcore.