Un evento ottimo negli intenti, capace di guardare alla scena underground di casa nostra, ed insieme a questo di proporre un nugolo di bands che avendo già un buon curriculum di studio release e di tour si apprestano a divenire i volti nuovi di una scena, che almeno dal punto di vista dei suoi autori appare in pieno fervore.
Come detto all’inizio dell’articolo, la prima edizione dello Spider Rock Festival, tenutasi in quel di Roma, presso l’Init (11.09.2010) è stata dal punto di vista organizzativo una buona trovata, peccato che i buoni intenti degli addetti ai lavori delle bands e di tutti coloro che ci hanno lavorato si siano scontrati (come accade ormai da tempo) contro l’indole avulsa di un’audience sempre più passiva.
Un’audience che mette in campo una partecipazione fatta di assenze e questo produce il paradosso che vede da un lato: bands, organizzatori, promoter e noi stessi (nel ruolo di informazione alternativa) essere alla mercé di supporters passivi e poco interessati a supportare ciò che è ed è stata l’essenza di ogni genere musicale distante dalla facilità e dal bieco costituirsi merce. Mi riferisco a quel riconoscimento di appartenenza che ha fatto sopravvivere tanti generi underground nel tempo. Che il Metal ed il Rock (termine che va inteso nella accezione di “contro”) stiano perdendo quella componente legata all’aggregazione?
Con questo inquietante interrogativo e monito passiamo alla serata. La prima band in programma sono gli Evergaze Eternity. Nati nel 2006 i Pisani si rivelano una piacevolissima sorpresa, la band appare dotata di un songwriting davvero buono che si esplica attraverso un rock/metal dal piglio gothic che privilegia movimenti tristi e passaggi strumentali ragionati e mai eccessivi. Un po’ contratti sul palco, causa anche la scarsissima affluenza, chiudono il proprio set lasciando un alone di fascino che è testimone di talento.

In risposta alle malinconie ed alla spiritualità della band precedente, arrivano sul palco i veneziani Matley. Il quartetto si fa autore di strutture sonore dove essenze ibride e varietà la fanno da padrone e mettono in campo una miscela che ingloba: hardcore, nu metal e che non disdegna corpose puntante nelle opali misteriche di matrice Tool. I brani presentati sono tutti buoni ed evidenziano la volontà della band di arricchire costantemente il proprio background sonoro con nuove influenze. E' proprio questo a rendere il set particolarmente interessante e degno di essere goduto fino alla fine.
Un po’ anonima, seppur dotata di buon piglio la prova dei milanesi Nowhere. La band mette in campo una miscela che di base prende i moventi dal thrash metal ma che nei modi tollera corpose componenti votate al rock. I quattro dimostrano di tenere bene il palco, ma i brani proposti vivono di impeti leggermente monocordi, questo è un vero peccato perché la band sul palco da l’anima e si danna per coinvolgere i presenti. Da risentire su disco, prima di dare un giudizio definitivo.

L’atmosfera inizia a farsi calda e si tinge di umori alcolici con la prova degli Stick It Out, a mio parere la migliore della serata tutta, vuoi anche per la sporca miscela di punk n’ roll che i romani propongono. Il set è un continuo di adrenalina ed elettricità. Esemplare la prova del frontman Dave (impegnato anche alla chitarra ritmica) che letteralmente giganteggia sul palco dello Spider. Il pubblico, più numeroso al momento di questa esibizione, dimostra di apprezzare in toto la proposta di una band che fa dell’immediatezza e di una attitudine votata alla dissoluzione il proprio verbo. Da seguire, e se vi è possibile, da vedere in sede live, perché gli Stick It Out sono una band capace di associare la creatività primigenia, che lo status semi-underground porta con sé, a una tenuta di palco degna della rock band più consumata.
Si ritorna entro lidi sognanti e poetici con gli Ivory Moon. Già con due album all’attivo e con un nuovo lavoro in cantiere la band sul palco trasuda esperienza e regala emozioni ai presenti, grazie anche alla prova, ottima dei due cantanti. Inoltre ascoltando il set del gruppo appare chiara che l’identificazione con il termine symphonic metal è alquanto restrittiva, il sound della band, si anima spesso rimandi al progressive e si lascia apprezzare per maturità ed attenzione votata a non eccedere troppo in nessuna delle componenti che ne caratterizzano l’essenza.

E si giunge così verso il culmine della serata, affidato al metal ed alle sue estrinsecazioni power e thrash. I primi a salire sul palco ed a dare il la all’heavy sound per eccellenza sono i Dragonhammer. Autori di una prova di tutto rispetto, i romani propongono un nugolo di brani epici e forti nella più classica matrice power/epic; brani che associano sempre nel giusto compromesso: assalti furenti di doppia cassa e momenti più sfarzosi ove le vocals si tingono di eleganza e drammaticità. Si attende ora una nuova prova in studio che saprà dirci se la band è pronta a varcare definitivamente (ed in maniera più piena) i confini nazionali ed a scrollarsi da dosso residue e riduttive definizioni stilistiche.
È il momento degli headliner della serata, i bolognesi Neurasthenia che dimostrano di essersi guadagnati i vari tour con Flotsam and Jetsam, Exciter, Exodus ecc... unicamente in virtù della propria attitudine sul palco. La band è un rullo compressore e sciorina nei minuti a disposizione un continuum di fisicità e cruenza thrash metal. Che si tratti di brani dalle ritmiche marziali o di autentiche rasoiate, è l’essenza diretta e grezza (raw direbbero gli anglosassoni) a dare ai quattro quella forza autentica di cui godeva il metal tutto agli albori del suo venire ad essere. Peccato che l’affluenza del pubblico non abbia consentito il manifestarsi di bolge da girone dantesco sotto il palco.
Ed è con tale grezza forza che si chiude la prima edizione dello Spider Rock Festival. Un evento che si spera sarà ripetuto in futuro magari con una affluenza maggiore che dia il giusto merito a chi si batte per l’underground e per dar linfa a tutto ciò che è distante dal bieco consumo legato alle masse. In definitiva, una buona messa in luce di nuove realtà e di altre già consolidate. Se solo fossero stati rispettati gli orari delle esibizioni con indole svizzera, sarei qui ad usare il termine “esemplare”. Ma qualche sbavatura farà da stimolo futuro votato al miglioramento.