
Un forte senso di disorientamento, analogo al sentirsi smarrito nelle buie profondità dell’oceano.
Ecco come può essere descritto questo nuovo capitolo dei tedeschi Ahab. La band guidata da Daniel Droste ha raggiunto una maturità compositiva unica, una maturità che si esprime attraverso un sostrato funeral Doom, sul quale si muovono con disinvoltura, intense implosioni armoniche dal mood ipnotico. Ed è qui che si cela la chiave di lettura di The Divinity of Oceans, ovvero nel suo essere dotato di un continuo richiamo ad una componente emotiva dal mood catatonico e spento, che rimanda a sensazioni “pink floydiane” fatte di vocals nebulose (sotto forma di growl), alle quali si associa un cantato contemplativo dalle tonalità stagnanti ove la coscienza tende, in un primo momento, a smarrire sé stessa, per poi ritrovarsi entro risacche di riffs lenti e decadenti.
Rispetto al precedente The Call of the Wretched Sea, in The Divinity of Oceans vi è una sperimentazione maggiore, verso lidi psichedelici ed orizzonti melodici estatici. Il corpus sonoro di questo album è dotato di una componente indeterminata (in particolare nelle parti dotate di maggiore pulizia, clean vocals, arpeggi, solos), ove di ogni singola nota, di ogni singolo umore, vi è solo un abbozzo tale da lasciare all’ascoltatore una continua sensazione di smarrimento ed incertezza, in questo senso è da incorniciare la gemma O Father Sea, composta da sette lunghi minuti ove viene in primo piano un naufragio fatto di angosce.
Non trovo altre parole per descrivere questo intenso viaggio sonoro, se non le parole di Herman Melville, prima fonte di ispirazione della band.
« ... Achab e l'angoscia giacquero coricati insieme nella stessa branda. »
Herman Melville, Moby Dick, 1851