
Proprio pochi giorni fa, mentre scorrevo la mia libreria musicale, mi sono accorto che del 60% degli artisti che vi fanno parte, ho soltanto un disco e guarda caso si tratta proprio dell'album d'esordio; coincidenza o tragica verità? Purtroppo pur volendo etichettare la cosa come coincidenza, le argomentazioni erano molto deboli rispetto alla dura realtà dei fatti: di quelle band erano soltanto gli album d'esordio ad interessarmi. Non per pigrizia e nemmeno per gratuito snobismo, soltanto questioni estetiche e d'utilità tutto qui.
D' utilità perché non mi sono mai piaciuti gli inguaribili nostalgici, e tutte quelle band di cui non si può esprimere nient'altro che un mero giudizio di gusto e che magari si autoproclamano porta-voci di una causa che hanno vissuto solo attraverso le riviste. Un' altra costante che ho rilevato in questa “selezione” discografica, sta nel fatto che molte volte (e non parlo solo di Heavy Metal) sono proprio gli album numero 1 ad essere i più ispirati ed interessanti, costatando poi un calo di questi fattori in quello che è poi l' album numero 2. Un mio amico amava una particolare citazione di Caparezza, che più o meno dovrebbe fare così “Il secondo album nella carriera di un artista è sempre il più difficile”, verità o autocelebrazione?
Fatto sta che ora, guarda caso, mi trovo tra le mani il nuovo (uscito nel 2009, ma arrivatoci in redazione solo ora) disco degli italianissimi Aleph: “Seven Steps of Stone”; e ciò che ho detto non è stato affatto casuale. Tra il primo full-lenght e il secondo c'è uno scarto di 4 anni dove la band, forte dei numerosi consensi raccolti con l' uscita di “In tenebra” ha potuto maturare una grande esperienza sia gruppo che personale, la quale però all'uscita di questo “Seven Steps of Stone” non sembra esser servita.
Questo nuovo capitolo della loro discografia non ha niente a che vedere con il precedente, con lo scorrere dei minuti sembrerebbe addirittura l'inizio di un'abiura di quelle atmosfere a metà strada tra il black e il Doom, grezzi che all'epoca li aveva fatti eleggere: “Band più promettente dell' anno”. L'idea dei cinque di Bergamo è quella di elevare lo status di band di provincia a quello di più larghe vedute per poter così entrare in un'ottica più di mainstream; e come lo fanno? Semplice: unendo la maggior parte di generi affini per creare un prodotto che possa piacere un po' a tutti indistintamente.
Il risultato è un disomogeneo composto di Prog, Metal classico, Dark, Power Thrash e Gothic che non trova il giusto modo di funzionare e girare a dovere. Questa spasmodica voglia di uscire fuori dalle linee dell' underground ha fatto si che quella che poteva essere un' ottima band di casa nostra, sia diventata un mero fantoccio di cattivo mercato musicale (e anche di cattivo gusto aggiungerei).
Per come stanno le cose, “Seven Steps of Stone”, non è il secondo album degli Aleph ma il loro secondo primo disco, non c'è più niente di quegli Aleph che ci hanno fatto sperare in un passo in avanti per quattro anni. Noioso e in alcune parti addirittura sconclusionato, “Seven Sreps of Stone” è un album confuso e che fatica a convincere; la cosa che rammarica sono quei brevissimi spunti in cui ancora si sente la personalità dei vecchi Aleph (l' intro di Tidal Wave, i riff di Bringers of light, e qualche altro episodio sporadico).
Un disco questo che non credo possa piacere ai fan della band, anche perché non reputo questi gli Aleph di cui si sono innamorati. Un disco questo che rappresenta un passo indietro rispetto agli esordi per quanto riguarda qualità e originalità.