
Di solito il terzo album di una band è il disco della svolta o uno dei più importanti, lo dimostrano capolavori come “Reign In Blood”, “Master Of Puppets e “The Number Of The Beast” rispettivamente di Slayer, Metallica e Iron Maiden. “AB III” è il terzo album per gli Alter Bridge che probabilmente li lancerà ai vertici dell’ Hard & Heavy, certo, perché questa ultima release continua con gli elementi classici che hanno decretato il successo degliAlter Bridge nei due album precedenti: hard rock melodico con suoni compatti e a tratti taglienti.
Si parte con l’introspettiva “Slip To The Void” dove si sentono i chiari riferimenti alle melodie tipiche di gruppi come Stone Temple Pilots e Soundgarden (quelli di una volta intendiamoci), si prosegue con la bellissima “Isolation”, primo singolo dell’album, dove esce fuori lo stile più heavy della band con il duo Kennedy/Tremonti a farla da padrone, l’album fila liscio come l’olio e si mantiene sullo stesso livello (a parte qualche calo sul duo “Ghost Of Days Gone By” e “All Hope Is Gone” ma niente di particolarmente grave) fino alla ballad “Wonderful Life”, canzone dal lirismo eccezionale dove la voce di Myles Kennedy traccia melodie di rara bellezza. “Fallout” suona perfettamente nello stile della band: ottime linee vocali, grandi riff e particolarissimi solos dove Mike Tremonti sfoggia una tecnica, ma soprattutto un gusto, non di certo comuni.
Niente che stravolga il sound classico degli Alter Bridge dicevamo, e nessuno probabilmente da “AB III” si aspettava qualcosa di diverso: proprio per questo si può parlare di un disco perfettamente riuscito anche se necessita di più ascolti per apprezzarne le sue infinite sfumature (e non è di certo un male). Quattordici tracce di grande passione e pathos, non c’è davvero altro che si debba chiedere ad uno dei lavori più interessanti dell’anno in corso.