
È sempre sorprendente vedere quanto sia ricca la scena metal dell’Europa dell’est. Nuovi nomi, nuovi album si susseguono per la gioia di appassionati ed intrepidi scopritori di nuove frontiere musicali. Certo, si va incontro a prodotti di qualità variabile. A dirla tutta, “Neverending Sorrow” non è l’ultimissima fatica della one man band russa Ankhagram, bensì una ristampa dello stesso disco uscito nel 2007 ed autoprodotto.
Firmato il contratto con la casa discografica Stygian Crypt (che produce i libanesi Kimaera) Dead (così si fa chiamare l’unico membro della band e scommetto che alcuni di voi troveranno questo nome d’arte di sicuro azzardato ) ripropone il suo lavoro con un nuovo artwork evocativo, funereo è il caso di dirlo, e con un notevole salto di qualità per quanto riguarda la registrazione. Genere? Funeral Doom e un pizzico di death-black e gothic.
Lo stesso Dead identifica come la fonte di principale ispirazione, la musica dei veterani Shape of Despair. Forse, però, l’influenza è fin troppo evidente. Fare doom non è facile e su questo siamo tutti d'accordo. Limitarsi però alla mera imitazione di nomi che hanno fatto la storia del genere è limitante e infruttuoso. Probabilmente chi non ha mai ascoltato gli Shape of Despair apprezzerà questo lavoro (comunque degno di una minima considerazione ) ma chi invece conosce la band finlandese, dopo poco preferirà dedicarsi all' "originale", piuttosto che alla "copia".
Il disco, che racchiude in totale 6 pezzi di durata media che va dagli 8 ai 12 minuti, si apre con le massicce tastiere di For My God. Pezzo dal testo mistico, prende le sembianze di una preghiera che, in un climax, si conclude con un monito dal retrogusto minaccioso…
“My dear God, your lie became a damnation,
My dear God, now I hate you”
La traccia più interessante è “Ya Umirayu ( I’m Dying )” che pare finalmente raggiungere una sua identità, staccandosi dalla linea seguita nei precedenti pezzi ed è, inoltre, l’unica scritta nella lingua d’origine della band. “…From My Dying Heart…” si presenta come un intermezzo orchestrale. In alcune parti forse troppo pomposo, le sue tastiere e i chorus sono molto scenografici. Cupo e commovente, lascia ampio spazio alle emozioni. L’unica pecca? La durata. Nei suoi 7.18 minuti diventa tedioso, a tratti pesante.
“Last Shout of a Dying Swan” mi ha ricordato subito nomi più famosi, quali, ad esempio, i Draconian. Eccoci giunti alla end-track dal titolo scelto ad arte “…End of Everything….”. All’inizio non l’avevo riconosciuta ma sentivo il gusto magico del classico… Non si tratta che di una rielaborazione della “Marcia Funebre” di Frédéric Chopin. Ora, questo può sembrare ( ed effettivamente è ) un clichè troppo spudorato per chi suona funeral doom. Va comunque riconosciuto che l’elaborazione è notevole, nel complesso molto bella. Mi sento di affermare ( e credo sia soprattutto per merito del grande pianista polacco ) che questa può definirsi, senza dubbio, la migliore traccia dell’album.
Per concludere, tecnicamente e musicalmente niente da dire; ora non resta che lavorare sull’originalità.