
Non è la prima volta che mi trovo a combattere contro il limite imposto dalla lingua a quel desiderio di rendere “materiale” qualcosa che non può o non si riesce ad esprimere. Qualcuno potrebbe contestare questa affermazione obbiettando che la lingua stessa non è materiale, ma purtroppo sarebbe un argomento che per quanto interessante non ci riguarda da vicino.
Quello che voglio dire è che molte volte ci troviamo di fronte all'insolvibile dilemma sul come tradurre su carta quello che viene mosso dentro di noi; come fare se poi dobbiamo parlare di un genere musicale che ha come leitmotiv argomenti emozionali? Ovviamente chi fa musica ha la soluzione proprio nel cassetto della sua scrivania, ma a noi tocca il compito più duro. Dunque parlare di Depressive Black Metal non è cosa facile.
Siamo alle prese con le due tracce tratte dallo split con i britanici Lyrinx, 25 minuti di pura rapsodia nera votata alla malinconia e alla disperazione. In un abile e sottile gioco di forze, musica e voce si collocano su due piani opposti e contrari che tirano incessantemente l'uno verso una direzione l'altro dall'altra.
Questo “tira e molla” è subito evidente con l'opener (se così è lecito chiamare una prima traccia di due) “Towards The Great Unknown”. Un intro basilare che avanza lentamente come il peggiore dei presentimenti, tutto è teso, finché non entra in gioco anche la voce: urla strazianti si alzano dal fondo, come se fossimo spettatori inconsapevoli e involontari, di uno sconosciuto dolore di qualcuno che si trova dall'altra parte di un muro.
Quella che in situazioni ordinarie dovrebbe essere la voce, in questo disco (e un po' in tutte le produzioni del genere), seppur pronunci parole, viene snaturata della sua funzione e funge anch’essa da strumento distorto. Nel caso in questione, le linee vocali evocano ancestrali paure di primigeni dolori, sembrerebbe quasi di sentire una madre che urla contro Dio, addossandogli la colpa della perdita del proprio figlio, perdendosi in “un grande indefinito” emotivo, quell'indefinito gorgo di emozioni a senso unico e senza luce.
Il secondo capitolo di questo viaggio musicalmente si muove sullo stesso piano del primo ed è costruito allo stesso modo, la voce in questo caso è più esasperata e confusa, si va dunque in un crescendo di disperazione pura e cruda.
Sul piano musicale accade qualcosa di opposto a quello che accade nell'espressività vocale: la lentezza e la tediosa melodiosità delle composizioni tendono a cullare l'ascoltatore suscitando un sentimento di meraviglia nell'udire lo strazio nel sottofondo, ci viene quasi da domandare “Ma come è possibile che tutto ciò accada?”
Sembra quasi che gli Austere vogliano farci riflettere, vogliano renderci consapevoli che nonostante noi crediamo di essere in una campana di vitrea felicità, oltre quelle scintillanti pareti c'è un mondo fatto di sofferenza e vedendola in questi termini, sembrano addirittura dirci che il mondo è fatto solo di sofferenza. E il lungo e muto finire della conclusiva “Only The Wind Remembers” è proprio un invito alla riflessione, con il titolo che fa da epitaffio e da monito.
Un disco difficile e scabroso, molto probabilmente apprezzabile solo dagli amanti del genere ma che comunque merita attenzione e plauso per ciò che si prefige.
Niente è per sempre, e verremo ricordati solo dal vento.