
Zakk Wylde ama complicarsi la vita e quest'ultimo “Order of The Black” ne è l'ennesima dimostrazione: screzi con Ozzy, problemi di salute, legati e non al lungo abuso di alcol e chi più ne ha più ne metta. Ma è noto che per un genio niente deve essere semplice e zio Zakk è sempre stato uno dei massimi esempi di “Genio e Sregolatezza”, una delle tante prove che l'alcol fa bene alla musica (e all'arte in generale). Lui rimane sempre il Bukowski dell' Heavy Metal con le sue memorabili divagazioni/riflessioni post-sbronza come: “In This River”, “Rust”, “Bleed For Me”, tanto emozionanti quanto vere, sentite. Ma Mr. Wylde non è solo un barbuto tenerone che si nasconde sotto una crosta da Biker impolverato: “Spitfire”, “Stillborn”, “Suicide Messiah”, “Stoned And Drunk” ed altre, sono ancora capaci di dimostrarlo.Tutti questi elementi caratteristici della musica targata B.L.S. non potevano mancare nel neonato “Order of The Black”.
Ciò che colpisce è la partenza a razzo di “Crazy Horse”, brano a mio avviso fuori luogo rispetto al quadro generale del disco, essendo attraversato da una sottile vena progressive che addosso a Wylde non calza proprio a pennello. Zakk e co. correggono il tiro con la successiva “Overlord” che, insieme a “Southern Dissolution” e “Riders Of The Damned”, si candidano come momenti di puro e crudo southern/stoner di casa B.L.S.
E le ballate? Potevano mai mancare? Certo che no. Molto probabilmente sono anche i momenti più attesi dai suoi fan, pensateci: orde di omaccioni barbuti tatuati e vestiti di nero e borchie, voi vi chiederete cosa mai possa emozionarli? Una ballata del buon vecchio Zakk può. Se non fosse che in Order Of The Black, sia dal punto di vista lirico che compositivo, sembrano essere molto scontate e figlie di quei gruppi anni 80 che dalla gente comune venivano definiti “Heavy Metal” (ad esempio Bon Jovi). “Darkest Days”, “Time Waits For No One”, “Shallow Grave” e la conclusiva “January” sembrano trasudare quel romanticismo troppo sciapito e troppo stantio per essere preso in considerazione e per poter scalfire il cuore arrugginito di un metallaro come si deve, a ciò si aggiunge una morale troppo perbenista e veramente da quattro soldi. A questo punto mi viene da domandare: ma che fine ha fatto il vero Zakk Wylde? Tutto ciò che ci rimane di lui sono i riff dal retrogusto sludge di “Southern Dissolution” e l'andatura sabbathiana di “Riders Of The Damned” che purtroppo non bastano a risollevare il giudizio complessivo di quest' ultima release che fatica non poco per superare la sufficienza.
In poche parole “Order Of The Black” bissa il flop di “Shoot To Hell”; che sia colpa di una mancata ispirazione, che sia colpa delle sue recenti disavventure cliniche Zakk non riesce ad imbroccare la strada giusta e confeziona un prodotto poco consistente che delude ogni aspettativa. Un lavoro ripetitivo in più punti che non regge il paragone con le produzioni passate e che evidenzia la necessità di una freschezza compositiva ancora tutta da attuare.