
Ci sono dischi che per essere capiti in toto richiedono pochi ascolti ed altri che restano di ardua comprensione anche dopo una lunga serie di questi stessi ascolti. È questo il motivo fondamentale che ha ritardato, rispetto agli standards, la pubblicazione di questa recensione. Si perché una band come i Cathedral ha facoltà di stupire l’ascoltatore come poche altre; vuoi per quel senso innato di mistero che da sempre circonda il sound della band, vuoi per quella che è una delle caratteristiche fondamentali dei suoi autori, ovvero quella forza camaleontica che ha fatto di Lee Dorrian un vero e proprio alchimista sonoro, basti pensare agli albori Grind con i Napalm Death ed al tributo al Prog sound che permea le ultime produzioni dei Cathedral.
“The Guessing Game”, titolo di questo nuovo lavoro, traducibile in italiano come “il gioco degli enigmi”, è l’ennesimo tassello di una discografia che ha sempre privilegiato l’apertura e che, proprio per questo, è rimasta sempre distante dall’anonimato. Tredici brani capaci di sorprendere anche il più attempato dei critici, tredici tracce alchemiche tra riffing Doom, allucinazioni Stoner e visionarie sfaccettature Progressive ove il concetto di formalità appare quanto mai superato.
Si passa dal prog doom paranoico di “Funeral of Dreams” allo stoner rock immediato di “Painting in the Dark”; dalla poetica “Death of an Anarchist”, dotata di una accelerazione finale che è vero e proprio legame sentimentale con la N.W.O.B.H.M. alla viziosa “Edwige's Eyes”, fino a giungere alla prima esplosione di personalità che risponde al nome di “Cats, Incense, Candles & Wine”, sei minuti di discantata essenza prog rock ove riaffiorano gli spettri di un Syd Barrett mai dimenticato. Ed è proprio con un brano spiazzante come questo, che si chiude la prima parte del disco.
La seconda parte del lavoro in esame prende forma con la strumentale “One Dimensional People” fino a sfociare nello stoner carico di groove di “The Casket Chasers”, non lontano dai tracciati polverosi e arsi della scena di Palm Desert. Dopo tale dichiarazione fisica, si fanno strada le dimensioni oniriche “La Noche del Buque Maldito”, ancora un brano stoner infarcito di vocals filtrate e di “The Running Man” una prog song dal piglio misterico guidata da riffs foschi e bui e da tappeti di hammond. “Requiem for the Voiceless” è forse il brano più vicino al doom (propriamente detto) ove riaffiorano down tempos ed umori sabbathiani, ed è forse con questa traccia che l’album sarebbe potuto chiudersi, tracciando un piccolo ritorno alle sonorità che hanno reso celebre il combo inglese. Ma ahimè, in chiusura troviamo l’autocelebrazione di “Journeys into Jade”, troppo scontata e, sinceramente, mal riuscita.
Cosa altro aggiungere oltre al fatto che i Cathedral hanno fatto ancora centro, certo qualche brano non proprio all’altezza è presente, e ormai la proposta della band tende a render tributo sempre di più alle sonorità 70’s e ad una mood progressive che esige un ascoltatore maturo. Ed è proprio per questo che ormai la proposta tutta, taglia fuori l’ascoltatore medio e si rivolge ad un pubblico che non ha paura di approcciarsi all’ascolto senza tener conto delle varie etichette e restrizioni legate alla diversità dei generi. Del resto, l’alchimia è un percorso tortuoso che serve per separare il vero dal falso, ed anche in questa occasione il vero propende tutto dalla parte di Dorrian e soci.