
Che nell’Heavy Metal si stia radicando sempre di più (ed in ogni stile) il gentil sesso e’ cosa risaputa. Certo, musicisti, ma soprattutto cantanti donna, sono presenti nel genere fin dai primi anni ottanta, in pratica dagli albori della N.W.O.B.H.M., con icone del calibro di Doro Pesch ( Warlock ) Leather Leone (Chastain) , fino ad arrivare ai giorni nostri con singer donna, che portano il nome di Veronica Freeman ( Benedictum ) e la nostrana Elisa De Palma( Spidkilz - ex White skull) , giusto per citarne alcune. Queste bellezze dell’H.M., nonostante appartenenti ad epoche diverse (oltre ad essere accomunate dalla passione per il metallo pesante e da una bella presenza), si assomigliano per la grinta vocale, che per nulla al mondo verrebbe in mente di chiamarle ”il sesso debole”. E’ pur vero che in certi casi, bisogna ascoltare più volte i brani da loro interpretati, ma soltanto per abituarsi a questo strano timbro che è capace di accarezzare e graffiare un’armonia nello stesso tempo, prerogativa questa, che soltanto ad esse è concessa.
Questa prefazione, introduce un argomento importante, a proposito del secondo lavoro dei Crushing Blow, poiché il quintetto francese avrebbe potuto calcare ben altri scenari, se non fosse stato per alcune lacune, in primis, della vocalist. Lungi da me demonizzare del tutto il lavoro della bella Valène, visto che sotto alcuni aspetti la si potrebbe anche associare alle donne menzionate nel preambolo, e non soltanto da un punto di vista estetico (sia chiaro), ma professionale; anzi per dirla tutta, proprio alcuni refrain, li rende unici e particolari il timbro della cantante, come ad esempio le track : “Redemption & Dream”
Nel frattempo però, la nostra cantante, in molti episodi dell’album, riesce a distruggere composizioni che avrebbero avuto bisogno soltanto di più versatilità, e che la stessa, avrebbe potuto senza ombra di dubbio dare con un po’ d’impegno in più, o con dei buoni consigli da parte di chi produce. Ne è la riprova “The Wizard’s Tale” ( seconda track ) che trova, dopo un breve intro , la propria potenza in un riff semplice ma funzionale. Il problema però, nasce proprio non appena arriva il turno della voce, che taglia di netto un riff che già di per sé stenta a reggere un drastico mid tempo, e che con l’entrata in scena della voce (proiettata in un falsetto che ricorda una teenager armata di buone speranze) , non crea possibilità alcuna d’apprezzamento, neanche ascoltandolo dieci volte, nonostante nel prosieguo del brano si constatino cenni di ripresa.
Ma come accennato poc’anzi, la stranezza di questa alternanza vocale, trova riscontro in “Redemption” che è resa particolare proprio dalla voce di Valène, dimostrando in questa terza traccia le proprie doti fin a questo momento inevase, ponendosi con la giusta grinta e corposità vocale degna di una cantante classic power. Ecco poi che dilungarsi su questa questione ritorna effimero, poiché nel quarto pezzo “Shadow”, una ballad che ha come inizio il più classico degli arpeggi, la nostra vocalist ripiomba negli stessi errori d’inizio album. Soltanto nella successiva “Dream”,la frontwoman, recupera stima, onorando la peculiarità di un riff painkilleriano, e forse proprio la scuola Judas è fautrice di questa interpretazione notevole dando quell’ input a far bene, che sembra avvenire con alternanza simmetrica in ogni traccia dell’album.
Dal punto di vista strumentale, nulla da eccepire, in quanto i quattro musicisti sono indubbiamente tutti dotati di un’ottima caratura, e con la loro tecnica (supportati anche da ottimi suoni ), salvano in pieno un album che diversamente sarebbe potuto cadere nel baratro. Ma, seppur eccedono in un senso, dall’altro, (quello compositivo) , in alcuni riff scadono nel power più scontato, pieno zeppo di sequenze di accordi maggiori ormai standardizzati, sweep picking di chitarra (seppur eseguiti con tutti i crismi) posti in un contesto sentito e risentito, facendo tornare alla mente quell’ondata power che tanto ha caratterizzato buona parte della scena metal dal 1997 ai primi anni del 2000. Ma bisogna nello stesso tempo dar atto di alcune buone idee filo Helloween e bei riff old school classic, fra cui anche qualche riferimento ad armonie maideniane .
Malgrado tutto, “Cease fire” dei Crusching Blow è da considerarsi un album che riserva in sè margini di potenziale considerazione, auspicando che, con un po’ più d’impegno e una buona dose di autocritica, il terzo album abbia tutt’altri risvolti. Buona fortuna, ma soprattutto buon lavoro!