
“Nihil sub sole novi”, ovvero, nulla di nuovo sotto il sole. Non trovo definizione più appropriata per definire questa nuova fatica dei tedeschi Destruction, che con “Day of Reckoning”, titolo che lasciava presagire un lavoro epocale, danno alle stampe il decimo studio album, il primo per ciò che concerne il nuovo deal con Nuclear Blast. Come ribadito in apertura, il disco in questione si impone come un lavoro figlio della band al 100%, che però non elude preoccupanti cali compositivi.
Undici brani che sembrano composti con un piglio che sa di svogliatezza, ondeggianti tra dichiarazioni parossistiche riguardo ad una filosofia di vita, (che considerata l’età degli autori, suona del tutto inappropriata, quasi adolescenziale in alcuni punti) e banalità. I brani di per sé non sono malvagi, ma sono vuoti per ciò che concerne il contenuto, per rendere l’idea; predente un qualsiasi album composto dalla band e li ritroverete già in fase embrionale. A questo punto qualcuno potrebbe obbiettare che in un genere come il Thrash Metal ogni fattore votato all’evoluzione è antitetico alla definizione stessa del genere in esame, e su questo potrei anche essere d’accordo. Ma un brano della durata di cinque minuti come “The Demon Is God”, che si esaurisce nella estrema ripetizione del titolo (nel chorus), con un testo dotato di una banalità (a confronto ciò che hanno generato gli anni 80, sembra figlio di una menti più che ispirate)davvero eccessiva.
Lo stesso dicasi, per la stragrande maggioranza dei brani che compongono l’album, caratterizzati da una estrema sintesi minimalista, sia dal punto di vista strumentale che da quello dinamico. Il risultato di quanto detto, apporta sensazioni tediose e svilisce il nome della stessa band. Sarà fisiologico, dopo tanti anni sulle scene, un calo stilistico, sarà che ormai vi sono fin troppe band giunte ad affollare il revival Thrash, fatto sta che il ripetere stilemi più che abusati (e con poca ispirazione), per un nome storico come quello dei Destruction, non fa altro che mortificare la storicità della band. Quello che vorrei dire è che lo scarto tra la band che ha fatto la storia e quella che ne imita il modo di comporre, dovrebbe essere nella capacità della prima, di allontanare ancor di più il proprio orizzonte sonoro.
Naturalmente, ci troviamo al cospetto di una grande produzione, perfetta sotto ogni punto di vista, dove ogni singolo suono (anche se spesso è ripetuto) è curato in modo maniacale e questo è forse l’aspetto migliore di “Day of Reckoning”, per il resto, e con tutta sincerità, il mio consiglio è di ascoltare l’album prima del possibile acquisto, perché la band sembra essersi fin troppo adagiati sui fasti passati. E come ogni buon pensatore sa, la stasi è solo il primo stadio di una incombente morte.
La resa dei conti, profetizzata nel titolo, appare solo una sbiadita resa di sé stessi.