
A volte le recensioni hanno storie strane o comunque diverse da quello che si può definire prassi, nel caso di “Hydra Lernaia”, primo full dei francesi Eryn Non Dae. (il punto è incluso nel moniker della band) è stato il chitarrista Franck Quintin a contattarmi ed a chiedermi se poteva inviare l’album per una recensione. Quanto appena descritto di solito avviene o perché si ha una cattiva distribuzione (ma essendo il disco uscito per Metal Blade, non è questo il caso) o perché il lavoro è di poco valore e quindi si cerca la visibilità. In realtà essendo il lavoro uscito nel 2009, penso che la band cerchi di non farsi dimenticare riproponendosi e credetemi, dopo aver ascoltato il disco, posso tranquillamente affermare che nel caso non conosciate questo lavoro è davvero il caso di riscoprirlo, ma procediamo secondo scaletta.
La band francese si forma nel 2001 e solo quattro anni dopo da alle stampe l’Ep “The Never Ending Whirl of Confusion” che procura alla stessa il contratto con la Metal Blade già citata; passano cinque anni e i transalpini danno alle stampe “Hydra Lernaia” un lavoro inteso ed oscuro colmo di punti di interesse. L’album è composto da nove brani che in realtà sono brandelli visionari in chiave Hardcore/Metal, anche se parlare di Post Metal sarebbe più appropriato, dalle articolazioni complesse e dal mood tetro e teso a creare una musicalità che sa di frustrazione. Una musicalità che contempla tanto Neurosis e Meshuggah quanto i Gojira; ritmiche spezzate e complesse, brandelli di riffs multiformi, momenti di rarefatta contemplazione sintetica (qualche breve appiglio all’elettronica è presente) e vocals straziate che sanno di disperazione, sono queste le componenti principi di un lavoro capace di farsi apprezzare prima di tutto per il proprio essere attuale. E se un brano come “When Time Elapses” è quanto di più vicino ad un vortice di caos elettrico, la conclusiva “Pure” nei suoi undici minuti, è una decadente marcia riflessiva capace di mettere insieme la circolarità complessa dei Tool e la furia meccanica dei Fear Factory. Insomma da qualsiasi punto la si voglia leggere la prova dei Eryn Non Dae. è d’alto rango e riesce a coinvolgere l’ascoltatore fino regalargli fastidio, per la poca linearità dei brani e per l’assoluta intensità con cui vengono esposte le riflessioni ombrose oggetto dei testi.
E se in qualche parte il rimando alla band svedese (Meshuggah) è fin troppo marcato, questo non toglie merito ad un disco in cui il compromesso tra fisicità e riflessività riesce sempre a trovare il siffatto equilibrio. Se ancora non lo avete fatto, ascoltate questo album, perché ne vale davvero la pena.