
Al di fuori del mito o della metafora che ne segue, la scelta di un moniker per una band è qualcosa di fondamentale, e questo gli Eva’s Milk lo hanno capito sin dal momento che hanno deciso di dedicarsi alla musica. Si perché “il latte di Eva” è un piccolo concetto che cela entro sé da un lato, l’elemento della prima madre e quindi la forma di nutrimento primigenia, dall’altro è linfa vitale che ha dato il la al primo omicidio, ovvero al primo atto di volontà votato alla sopraffazione, che è anche scoperta della mortalità non legata esclusivamente alla temporalità.
Questo piccolo preambolo verbale rende chiara l’essenza della band novarese, ovvero il proprio essere figlia di quella frustrazione contemporanea fertile e generatrice di rabbia e riflessione, in questo caso sonora. Già messisi in luce con il buon debut album “Cassandra il Sole che Oscura”, gli Eva’s Milk ritornano con “Zorn”, uno sferzante affresco di marcia contemporaneità, una critica a quanto investe la società tutta. Si va dal delirio mediatico messo in primo piano da “Soldati Dell’Aurea Gioventù”, alla vetrina di pura e vana apparenza celata in “Al Tempo Di Caronte”, in un gioco di rimandi che passa da visioni e brandelli surrealisti ad impeti di rabbia.
Per ciò che concerne il punto di vista strettamente musicale, la band si fa portatrice di un discorso sonoro post moderno che ingloba: le riflessioni distorte della scena di Seattle, una acuta poetica Dark e gli ibridi alternative di ultima generazione, che vanno dai Placebo agli Aquefrigide. Lungo gli undici brani che compongono l’album, la band accompagna l’ascoltatore tra riffs bassi ed ossessivi, inflessioni fatte di arpeggi ed accordi sognanti, ritmiche compatte ed essenziali che spesso usano strutture basate sul concetto alieno della sincope.
Un lavoro di ottima caratura, capace tanto di ammaliare quanto di farsi portatore di alcune verità che spesso per comodità, tendono ad essere celate. Distorsione, poesia maledetta e dolorosi impeti di rivolta. Gli Eva’s Milk sono veri e propri cantori dell’inumano che sembra imperare.