
Vi sono bands che posseggono dei tratti unici, nonostante il proprio risiedere entro universi stilistici “chiusi” e ben definiti, in questa categoria vanno, senza ombra di dubbio, inseriti gli americani Evoken, band che dalla fine degli anni 90, con il venire ad essere di quella gemma che è “Embrace the Emptiness” ha dato alla luce una serie di lavori che sono veri e propri capisaldi della scena Death/Funeral Doom.
Era dal 2007 che la band non dava alle stampe del materiale inedito, ed ecco che tre anni dopo (questo split album è uscito a fine 2010) li si ritrova in compagnia degli svedesi Beneath the Frozen Soil, con quattro nuovi incubi maestosi e tetri. Ad aprire l’album troviamo “Omniscient” (brano scritto nel 2002 dal tastierista Dario Derna, ma registrato nel 2008) in cui sinistri arpeggi riecheggiano entro i vuoti creati da intensi riffs e dalle vocals di John Paradiso. A seguire, arriva quello che è forse il brano più riuscito di questo split, ovvero quella “The Pleistocene Epoch” che è vero e proprio esempio di come si costruisce un brano Funeral Doom e di quanta forza raggelante può trasmettere tale genere; da notare le divagazioni melodiche nella parte centrale che instaurano sensi di ansietà. La seguente “Vestigial Fears” segue da vicino i brani che ne anticipano la venuta lasciando che sensazioni maggiormente malinconiche trovino spazio al suo interno. Chiude, in maniera imperiosa e lugubre, la strumentale “Into The Primal Shrine”, un brano dal piglio cinematografico per intensità e rimando a scenari desolati.
Discorso leggermente diverso per ciò che concerne la prova dei Beneath The Frozen Soil, band in cui le influenze Evoken appaiono chiarissime, questo però non deve far pensare ad una band sprovveduta, in balia di sole referenze, perché i brani sono ben composti e spesso si dipanano entro lunghi momenti soffusi, come nel caso di “Ironlung”, un po’ sotto tono le vocals (al limite dello scream Black Metal) che non si associano alla perfezione con le parti strumentali. Ottime, invece le due tracce finali “Monotone Black I” e “Monotone Black II”, paranoiche e straziate al punto giusto. Certo la band deve ancora maturare, in particolare per ciò che concerne l’intensità, che nel genere in esame è forse il fattore dominante.
Concludendo, un lavoro più che riuscito, che vede gli Evoken, è inutile dirlo, fare la parte dei mattatori perché confermano ulteriormente la propria classe (non a caso sono uno dei gruppi più imitati degli ultimi anni). Per ciò che concerne invece gli svedesi Beneath The Frozen Soil, la band va riascoltata sulla lunga distanza per riconfermare i lati positivi di un sound comunque già a buoni livelli.