
Tornano, dopo il silenzio quasi decennale, interrotto solo nel 2008, i canadesi Exciter, un gruppo ormai storico, tra i “dinosauri” della scena Heavy Metal, formatisi più di 30 anni fa (1978). Quest’album che ci presentano “Death Machine” va ad incasellarsi nella discografia del gruppo, senza discostarsi da quella linea stilistica che da anni contraddistingue la band che rimane fedelissima al suo stile, talvolta anche troppo fedele ai suoi schemi consolidati.
Ciò nonostante il lavoro si dimostra gradevole, caratterizzato da quello stile “thrash” e “speed” che qua e la si prende piccole libertà andando quasi ad abbracciare il “Death” di primissimo corso. Inserendo per la prima volta il Cd nello stereo qualcuno potrebbe avere l’impressione di essere tornato ai gloriosi anni ’80, primi albori di una sperimentazione di suoni “estremi” che si sarebbero via via delineati più chiaramente anche nel corso di quella stessa decade. Anche solo la title-track “Death Machine”ne è una riprova, con il suo stile mitragliante ed il suo vocale scream, acido ed al limite della cacofonia, un insieme di stili e soluzioni; quello presentato nel brano di apertura, di cui si farà largo uso, a qualcuno potrà anche sembrare troppo, per tutto il corso del play-time del disco.
La sola vera eccezione è la traccia numero 5 “Power And Domination” che abbandona questa formula per tramutarsi in un mid-tempo vecchio stampo, lugubre e pieno di chitarre distorte e angoscianti, il tutto risulta una variante ben riuscita. Traccia anche questa meritevole di menzione è la successiva “Hellfire”, più “speed” e più forte, vicina al resto dello stile classico del gruppo, che presenta però un tappeto metrico e strumentale davvero di gran livello: fa quasi tornare alla memoria i fasti dello storico “Heavy Metal Maniac” il capolavoro inciso dagli Exciter nel 1983. “Slaughtered in Vain” e “Skull Breaker” sono le altre tracce che si fanno notare per lo stile strumentale e la presenza di riff e assoli tutt’altro che disprezzabili (in particolare su “Skull Breaker” traccia di chiusura, ottima anche dal punto di vista del drumming).
Insomma il ritorno della band c’è, sempre seguendo quello stile personalizzato, che prende ora dai Judas Priest, ora dai Saxon (e qualche volta persino dai Death, alla lontana) con costanza e coerenza, da “dinosauri” come ho già detto, che rifiutano di estinguersi. Forse a qualcuno verranno a noia è vero, ma sicuramente meglio di certi “modernismi ad ogni costo” che sono ultimamente molto in voga tra i neofiti del metallo.