
La tecnica, non è ciò che distingue il musicista ottimo da quello mediocre, e nemmeno è lo strumento per porre rimedio alla poca fantasia compositiva. Essa è piuttosto, lo strumento che sublima la genialità e che combinata ad una ricca espressività, fa si che si possano generare veri capolavori.
Dico ciò perché a mio parere, l’aspetto più interessante che emerge dall’analisi di un album come “From Glory to Infinity” è proprio quello legato alla riproposizione della vecchia aporia tecnica/espressività. Ma procediamo con ordine. I Faust sono una piccola all-star band, in essa trovano posto: Aleister (Ancient (Nor), Bastard Saints, Abgott, Vidharr), Ghiulz Borroni (Profanatum, Bulldozer) e Steve Di Giorgio, musicista che non ha bisogno di ulteriori presentazioni.
Dediti ad un compatto e veloce Death Metal di matrice americana, che tollera qua e la, qualche rimando Brutal, i Faust ci propongono nove brani che sono un piccolo paradosso, si perché ad un piglio tecnico eccellente e di caratura elevata si associa quello che è il punto debole del lavoro tutto, ovvero, una freddezza nei toni e nei modi che sembra porre una barriera tra l’ascoltatore e gli esecutori. E come se il sostrato tecnico/esecutivo togliesse quella componente dedita al trasporto, vero e proprio scarto che fa si che un lavoro possa essere apprezzato o meno.
Tra i brani presenti meritano citazione, le ottime “Purple Children” e “Sentimental Worship”, due brani davvero ottimi nel proprio associare sferzate di furente fisicità e momenti dal mood riflessivo dove entrano in primo piano strumenti acustici. Per la restante durata, il lavoro si muove su tali coordinate, mettendo più o meno in eccelso queste componenti e rendendo i brani molto simili tra loro, in una dialettica fatta di break down virulenti e aperture strumentali di ampio respiro.
Lungi dall’essere un capolavoro, l’album troverà sicuro apprezzamento nei cultori di Atheist, Cynic (quelli dei primi album) e Sadus. Resta un po’ di amaro in bocca per un lavoro che avrebbe potuto offrire molto di più e che in qualche punto si specchia troppo nel virtuosismo.