
La musica spesso è soggetta ai momenti, ed è in virtù di questo che una band come i Flotsam and Jetsam dopo due lavori epocali come “Doomsday for the Deceiver” (1986) e “No Place for Disgrace” (1988) è stata, ingiustamente, dimenticata dai più. Sarà anche che con il passare del tempo e con l’oblio del Thrash Metal, la band ha continuamente cercato di ritrovare la propria identità sonora, riuscendovi solo in parte. Ma a mio modo di vedere i Flotsam and Jetsam, sono una di quelle bands che ha raccolto pochissimo, rispetto a quanto ha dato alla scena.
Oggi, o meglio un anno fa, (visto che in un primo momento questo nuovo album non aveva trovato una pubblicazione sul suolo europeo)si ripresentano con “The Cold”, un disco che per la band è un crocevia fondamentale, perché, grazie anche ad un lavoro produttivo strabiliante, l’album ha tutte le carte in regola per fare da punto d’unione tra vecchi supporters e nuove leve. Naturalmente la brutalità e la velocità che caratterizzavano i primi lavori della band è solo uno sbiadito ricordo che appare di tanto in tanto all’interno di strutture sonore più riflessive e dal mood maggiormente oscuro, alla Nevermore, per intenderci.
Quanto detto non deve sorprendere, perché al band nel suo piccolo, non ha mai ricalcato con insistenza le proprie orme, venendo, in tal modo incontro, a quello che è il compito di chi fa musica ovvero, il sorprendere. L’album è caratterizzato da dieci brani che combinano alla perfezione rarefatti momenti di malinconia e fisicità metallica, quest’ultima componente è passata sempre al vaglio di una maturità che elude prese di posizione adolescenziali e che invece mette in primo piano una continua vena di amarezza.
E se l’opener “Hypocrite” prima di piegarsi entro una furente compattezza è preceduta da un breve momento di piano e vocals filtrate, la seguente “Take” è un brano colmo di arrangiamenti moderni e di assoli allucinati, tanto da sembrare un vero e proprio estratto da “Dead Heart in a Dead World”. Splendida la titletrack dove nel chorus, il singer, Eric "A.K." Knutson mette in mostra tutte le proprie doti vocali ed un gusto per le melodie rassegnate e decadenti, fino ad ora del tutto sconosciute alla produzione Flotsam and Jetsam. Ma il vero piccolo capolavoro del disco si intitola “Better Off Dead”, una power ballad amara che porta con sé la scuola americana ed in particolare gli arpeggi sinistri e le malinconie dei Metal Church.
Vi è poco altro da aggiungere ad un lavoro, che in qualche punto guarda troppo alla band di Warrel Dane, o meglio si ispira a quanto di meglio il Metal americano ha offerto negli ultimi anni. Ma è forte di alchimie che trasmettono sempre un feeling penetrante ed interessante. Consigliato a tutti, senza esclusioni di sorta.