
Mancavano dalle scene dal lontano 1997, ovvero dall’uscita di quel “Green” che pur essendo un buon lavoro, perse attenzione da parte del pubblico, anche perché il periodo non era fecondo ad una release del genere e soprattutto perché si fece il solito errore di paragonarlo ai primi due capolavori “Frobidden Evil” e “Twisted into Form”. Oggi, con il ritorno delle sonorità Thrash, gli americani Forbidden si riscoprono capaci di regalare un lavoro ottimo, sotto tutti i punti di vista.
“Omega Wave”, questo il titolo del disco, è un lavoro in grado di spazzare via tutti i dubbi sulla capacita compositiva di una band finita troppo presto nel dimenticatoio. È necessario sgomberare subito il campo e dire che il disco mantiene inalterate tutte le caratteristiche del sound della band, anche se questo sound è rivisitato ampiamente nelle modalità. Certo, i riffs veloci e taglienti la fanno ancora da padrone e le vocals di Russ Anderson sono dotate sempre del giusto connubio veleno/imperiosità, ma l’album ha un mood più vicino al senso di finitudine tutto contemporaneo e per questo si impone come una delle release più oscure per la band californiana.
Quanto detto è intuibile sin dalle prime note dell’intro “Alpha Century”, carico di sensi da fine incombente e che ha il merito di donare il giusto senso di tensione prima della deflagrazione di “Forsaken at The Gates”, brano aperto dai duelli chitarristici dell’accoppiata Smyth/Locicero e che non ha nulla da invidiare a quanto di meglio la band ha regalato in passato. “Overthrow” è un mid-tempo monolitico dove la prestazione del singer è assolutamente magistrale. Si prosegue con “Adapt Or Die”, il brano che è quanto di più simile alla vecchia scuola Forbidden, dove gli acuti riportano alla mente quella “Chalice of Blood” di cui si potrebbero spendere elogi infiniti; questo semi-abbandono alle strutture sonore passate è solo il manifestarsi di appartenenza che viene velocemente annullato da “Swine”, splendida nenia paranoica fregiata da arpeggi foschi e con un Russ Anderson ancora sugli scudi.
“Chatter” è un breve strumentale che introduce l’ipotetica seconda facciata dell’album; seconda facciata che si rivela più coraggiosa della prima, e questo non perché stravolge in maniera totale i rimandi Thrash, ma perché li combina a strutture più ragionate ed in questo l’ingresso di Steve Smyth si rivela fondamentale perché apporta quelle ombreggiature già regalate alla sua precedente esperienze nei Nevermore. Ed è il primo singolo “Dragging My Casket” che inquadra alla perfezione quanto detto, perché sublima sia momenti tesi e veloci (alla “Through Eyes of Glass”), sia questo nuovo modo d’essere che fa proprie melodie sofferte e stutture pesanti al limite della decadenza. “Hopenosis” ed “Immortal Wounds”, proseguono con questa nuova linfa, in particolare la prima, dotata di melodie del tutto nuove ed inattese per il registro della band, ancora una volta Russ Anderson è da applausi per come gestisce la voce e per l’interpretazione che da al brano. E si giunge così all’ultimo terzetto di questa ora di ascolto, dove i Forbidden accusano un po’ di fatica, infatti gli ultimi tre brani, nell’ordine: “Behind The Mask”, “Inhuman Race” e “Omega Wave”, insistono troppo su quanto già detto dalle precedenti songs e rischiano di smarrire l’attenzione dell’ascoltatore; anche se la qualità si mantiene sempre su livelli elevatissimi, questo sia ben chiaro.
In conclusione, “Omega Wave” è senza il minimo dubbio, il miglior lavoro dai tempi di “Twisted into Form” che ha anche il merito di restituire all’audience tutta la classe di un singer come Russ Anderson, sempre sottovalutato e sacrificato fin troppo, in passato, a rincorrere volutamente la sgraziataggine Thrash. Un album da comperare a scatola chiusa, nonostante qualche lieve flessione nel finale.