
Il 2011 dei portoghesi Heavenwood ci porta il 4° album di studio di questa band che vanta una presenza quasi ventennale nella scena. Diciamolo subito, questo disco, in tutta onestà, non può essere definito “brutto”, ma è anche vero che potrebbe lasciare quantomeno perplessi i fruitori in più di una parte. Partiamo dalle orchestrazioni, e dall’uso delle parti prettamente Symphonic che più di una volta potranno apparire eccessivamente pompose, una forzatura, a tratti persino vanagloriosa: tratti che nell’intento vorrebbero arricchire le linee stilistiche dei brani proposti, ma in più di un’occasione non apportano nulla al pezzo (quando non arrivano addirittura a snaturarlo, almeno in parte). Ne sono esempi l’intro, e non solo quella, di pezzi come “The Arcadia Order”, caso che salta all’occhio parecchio perché è proprio la opening-track dell’album; oppure ancora la successiva “Morning Glory” o “Winter Slave”, che appaiono appunto depauperate da intarsi sinfonici che qualche volta sono davvero abusati.
Ma come si è già specificato, l’album non è brutto, qua e là lascia ascoltare linee strumentali parecchio ben concepite ( es. “Goddess Presiding Over Solitude”), Ottimi riffing e drumming davvero ispirati in “Fading Sun” e “September Blood” ne sono gli esempi principali. I lusitani poi sperimentano qualcosa di diverso, qualcosa che lascia intravedere un certo “coraggio” compositivo, almeno nelle intenzioni: talvolta funziona benissimo come in “Poem For Matilde”, l’unica traccia interamente cantata clean, con uno stile cupo, aggressivo e decadente, completato da una gran bella linea ritmica, pezzo che risulta quasi essere più “cattivo” di quelli in growl.
Altri esperimenti riescono solo in parte come in “Once a Burden” che pur mantenendo elementi prettamente morbidi e goth, come il contrasto growl/clean vocals, riesce comunque ad avvolgere con un sound pieno e piacevole. In altri esperimenti, come “Lenor”, invece la qualità della composizione, che è tutt’altro che disprezzabile, si perde in un’intro oscenamente pomposa, ai limiti dell’auto-celebrativo, ed in una forzatura di intarsi melodici e di “ferma e riparti” che rischia di esasperare l’ascoltatore, ed è un peccato perché il cantato è di pregevole fattura.
Tirando le somme l’album non è da buttare, “ha le potenzialità ma non si applica” direbbe un professore di musica con piglio arcigno. Quello che si è visto dal punto di vista vocale e dal punto di vista delle note è, in più di un’occasione, un punto di partenza più che buono, peccato che sembra non sviluppato nella sua pienezza, parzialmente incompleto, per nulla insufficiente certo, ma pare tragicamente orfano di quell’osare, di quel lampo di genio, di quel virtuosismo compositivo in più che avrebbe potuto trasformarlo veramente in un bellissimo lavoro.