
“Our darkroom, with a bottle of wine and the smell of her fading scent…
…Into her pit of despair and my loneliness. The song of a woeful heart. Brings me closer to you…
Oh my dark-eyed angel
Would you have given me this last kiss “d’Adieux”?”
Arrivano dal Libano, precisamente da Beirut, gli “ambasciatori del Doom”, così come sono conosciuti in patria, i Kimaera, uno dei gruppi metal più rappresentativi del Medio Oriente. Nelle sonorità ricordano i norvegesi Theatre of Tragedy ma, seppur la loro musica sia il mix perfetto di diversi generi, dopo un ascolto più ragionato, risultano essere molto più vicini al death-symphonic.
Nati nel 2000 e fondati dal cantante, chitarrista e tastierista Jean-Pierre Haddad, inizialmente presero il nome di Chimera e il loro genere di riferimento era l’heavy più classico come quello dei Judas Priest e il thrash dei Metallica e dei Megadeth. Nel 2004 era già tutto molto diverso e il gruppo cominciava ad assumere le attuali caratteristiche che si riscontrano già nel loro primo singolo, autoprodotto, “God’s Wrath”. Nel 2006 lo stile aveva subito ulteriori variazioni e si era evoluto anche grazie al growl migliorato di Haddad accompagnato dalle tonalità liriche di Sabine Hamad. La band così formata diede vita al primo vero album “Ebony Veiled”, prodotto dalla Stygian Crypt. Sabine lascia il gruppo per dedicarsi ad altri progetti e i Kimaera impegano 4 anni per dare alla luce “Solitary Impact”. Nel disco compare, solo in alcuni pezzi, la voce di Mona Bassil che dona un’impronta più gothic alle sonorità doom/death.
Una presenza determinante è quella dell’adorabile violinista Milia Fares che non banalizza il suono dello strumento al clichè doom, bensì imprime ai brani il suo marchio etnico, come in “A Silent Surrender” e “In the Shade of Nephilim” dove fa risaltare, con armonie arabeggianti, la cultura musicale del suo Paese. Gli unici pezzi che non convincono molto sono “Holy Grief” per i clean vocals troppo “striscianti” e “The Taste of Treason” che presenta un' intro destinata a stupire tecnicamente, ma decisamente troppo veloce. Stona sia col resto del pezzo (che, escluso questo piccolo errore, procede benissimo) che con l’intero album.
“All That I Am” è il brano migliore, ogni sua descrizione sarebbe imprecisa, merita solo di essere ascoltato e totalmente assorbito. In poco più di 2 minuti “Of wine and woe” ci prepara magnificamente , con le sue voci distorte e i chorus, alle atmosfere dark di “The Garden Tomb”, che chiude il disco. I Kimaera sono doppiamente degni di stima se si considera il fatto che suonare metal in Libano non è per niente facile, dal momento che il genere (con tutti i suoi affini) è proibito sia lì che nella maggior parte dei paesi del Medio Oriente.
Crescere ed emergere non è stata, quindi, un’impresa semplice ma i sacrifici e la bravura vengono (a volte) degnamente ripagati, tanto da procurare alla band l’occasione di esibirsi sul palco del Masters Of Rock del 2010 tenutosi a Vizovice, in Repubblica Ceca.