
Ed eccola, è finalmente giunta l’occasione di attirare su di me l’attenzione malevola di tutti i fans della band finlandese; si perché i Korpiklaani, diciamola tutta, hanno composto un album di mestiere, privo di idee e dalla vena innovativa pari allo zero. Si potrà obbiettare che ormai l’essenza della band è votata alle sole party-songs (un po’ come accadeva per alcuni esponenti dell’Hair Metal a stesse e strisce) e che quindi, il punto culmine di ogni brano non sarà altro che il raggiungere l’agognato chorus bucolico riecheggiato da note di violino. Fatto sta che “Ukon Wacka” è una ripetizione di stilemi passati e che la vena goliardica da cui è avvolto non fa altro che mortificare la reale categoria del Folk Metal.
L’album è composto da nove brani che dal vivo faranno la propria figura, magari annaffiati da fiumi di alcol, ma che su disco sono una continua parodia di sé stessi. La formula di base dei brani è fin troppo semplice ed anonima, e nemmeno nella continuazione ideale della spassosa “Vodka”, quella “Tequila” dedicati ai supporters del Sud America, si riescono a risollevare le sorti di un lavoro che sembra nato più da esigenze di mercato che da motivazioni artistiche. È come se la band fosse essa stesa stufa della propria vena sonora e questo si ripercuote su tutti i brani.
Eccezion fatta per la finale “Vaarinpolkka”, per la produzione stellare, l’album è assolutamente privo di idee e di tensione ed anche dopo ripetuti ascolti non tiene al riparo dal sopraggiungere di sensazioni di tedio. Ma si sa è specchio dei tempi che la materia Folk facile ed “ignorante” è ben apprezzata da tutti, e quindi sotto con altri dischi poveri di impegno. Una vera e propria farsa, insufficiente sotto ogni punto di vista.
Concludendo, le produzioni studiate a tavolino raggiungono con “Ukon Wacka” il proprio punto più alto. Perché il sapersi vendere compete al potere ed alla politica, non alla musica.