
Secondo studio album per il Leafblade di Danny Cavanagh (Anathema) e Sean Jude, progetto sonoro dal piglio sperimentale che prende forma attraverso undici delicate ed ancestrali tracce acustiche che muovendo da riferimenti rock, Pink Floyd su tutti, spaziano sino ad arrivare a parentesi che riprendono antichi discorsi musicali e strumentali, di natura celtica e medioevale, in un corpus sonoro fatto di raffinata polifonia.
Per questo suo modo d’essere, l’album esige un ascoltatore profondamente libero dai concetti di genere e stile musicale, un ascoltatore pronto a mettere in gioco le proprie convinzioni musicali e ad aprire l’animo a questi undici tributi alla primigenia forza cosmica alla quale l’album tende di continuo.
Undici tracce che hanno il merito di annullare, grazie ad una intrinseca forza evocativa, i concetti spazio-temporali e che per questo si lasciano apprezzare per la propria natura spoglia fatta di soffusi cori, eterei arpeggi ed armonizzazioni ambient. Da tale miscela strutturale nascono brani dotati sempre di forte intensità come “Spirit Child”, l’impalpabile “Rune Song” e la riflessiva “Spirit Of Solitude”, brani che sono veri e propri movimenti spirituali votati alla contemplazione.
Detto questo, sarebbe davvero inutile ribadire la qualità di una proposta di tale calibro, proposta che taglia fuori l’ascoltatore medio in virtù di un estremismo concettuale che non si lascia cogliere, e che proprio per questo suo darsi-non darsi è dominato da una intensa forza arcana.
“Beyond Beyond”, quando la musica diviene puro concetto.