
Ciò che ho sempre trovato determinante nel completare il giudizio riguardo ai dischi, e agli artisti, che si muovono sotto l'etichetta di Depressive Black Metal, è la loro capacità di toccare i tasti giusti che fanno si che si metta in moto un tumulto emotivo tale da entrare in sincronia con la musica stessa. Ma anche di esprimere quell'elemento di mimesi con l'animo umano, che rende il prodotto artistico vivo nel senso più stretto della parola, quella capacità di diventare la causa del nostro turbamento e non permettere di divenire mezzo di immedesimazione con l'opera stessa, essere in grado di trascendere l'astrattezza per palesarsi come concreta causa dello stato emotivo in cui ci pone.
Ed è proprio in questo che eccellono gli svedesi Lifelover, da “Pulver” fino a “Konkurs”, riescono ogni volta a creare piccoli cataclismi psicologici, in cui includiamo anche quest'ultimo arrivato (con la benedizione della Prophecy) “Sjukdom”. In questo quarto full-lenght, la band scandinava riesce come al solito a portare a termine il duro compito di trasmettere questo qualcosa, seppur con non poca fatica; un album che, non voglio dire sia riuscito a metà, ma quasi. Rispetto ai primi lavori i Lifelover vorrebbero, con quest'ultimo “Sjukdom” compiere il passo che li metterà sulla strada della maturità artistica, ma attraverso queste quattordici tracce si riescono a cogliere le forzature che vogliono tendere a tutti i costi verso questo nuovo corso.
La voglia di compiere il salto di qualità è tanta e si sente, per quasi metà dell'album si nota un costante voler far quadrare i pezzi e rinchiuderli entro un preciso e definito schema compositivo che non si vergogna di essere anche estremamente tecnico, pur essendo un album black. Di certo non ci fanno schifo passaggi complessi e curati, ma quando la tecnica viene anteposta all'espressione, proprio dove l'espressione dovrebbe farla da padrona, è scontato che il risultato finale sia scadente; per una band come questa è quasi come perdere il proprio marchio di fabbrica.
Proporvi qualche esempio sarebbe velleitario, poiché gli episodi non sono isolati ma presenti un po' in tutte le tracce, e in quanto dall'ascolto dell'album nella sua interezza, ci si può rendere conto che questi non è ne un passo falso ne un capolavoro, non è nient'altro che un album di transizione tra quelli che erano una volta i Lifelover: giovani e incoscienti che lasciavano fosse il loro istinto a guidarli; e quelli che saranno.
Un lavoro che ne risente parecchio di questa spasmodica voglia di cambiare, troppo ragionato e poco impulsivo, macchinoso in alcuni passaggi, se non noioso, ma nonostante tutto la bravura della band riesce in qualche modo ad ovviare a questo problema rendendo il prodotto finale godibile e comunque di discreta fattura.