
È alquanto difficile staccarsi dai preconcetti legati alle categorie restrittive di genere e stile (sarà l’ennesima volta che lo ribadisco), ma quando ciò avviene si diviene liberi; liberi di cogliere l’espressività che il concetto di suono deve necessariamente portare con sé. Questa premessa è assolutamente necessaria per capire a fondo la proposta dei Mallory Switch.
Ma procediamo con ordine, come da protocollo, il progetto Mallory Switch nasce nel 2006 e dopo un EP e svariati riconoscimenti, danno alle stampe questo album dal titolo “Mallory”. L’album in esame è un vero e proprio concentrato di modernità e di estetica alternative (termine che va inteso nella sua più totale ampiezza), ove prendono forma rimandi elettronici, tentazioni dark ed accattivanti refrain pop in un ibrido che trova realizzazione ultima in una musicalità dai tratti allucinati. Dieci brani dominati da un mood di fondo che sa di cellophane e di elettricità, un vero e proprio tributo fatto di cadenze fredde e meccaniche, che in realtà sono artificio di una quotidianità tediosa e paranoica che è anche condizione dell’uomo contemporaneo, ed un po’ come accede nelle rappresentazioni di Beckett, la realizzazione ultima di tutto è il lasciarsi cadere, l’abbandonarsi all’artificio.
Che si tratti della satira mediatica di “Business Television” dalla dichiarazione, che sa di Garbage, di “Dirt” o della fuga intimista di “Mumbling My Time”, i Mallory Switch dimostrano di essere un vero e proprio progetto di avanguardia e come tale si assumono il carico di stupire e di rompere ogni forma di schematicità. L’imbonitrice di turno Audrey Lynch (vocalist e chitarrista della band) vi invita a prender posto in questo piccolo teatrino di distorsione del quotidiano che prende il nome di “Mallory”, non farlo potrebbe equivalere all’essere tacciati di immobilismo.