
Chiunque si ritenga un vero cultore delle sonorità Heavy non può non custodire in un piccolo antro della propria mente, e del proprio animo, il nome Manilla Road, ed insieme ad esso, tutto ciò che la band del Kansas ha rappresentato nel corso degli anni. Anche perché, senza alcuna remore si può tranquillamente affermare che la band di Mark "The Shark" Shelton è stata uno dei più fulgidi esempi di Epic Metal, ma anche perfetto anello di congiunzione tra la tradizione Hard 70’s e la N.W.O.B.H.M.
Nessuno come loro ha ripudiato sempre la facilità d’ascolto, scelta che forse li ha privati del largo consenso dei più, ma ha generato il culto attorno agli autori di lavori epocali come “Crystal Logic”, “Open The Gates”, tanto per citarne qualcuno.
Oggi, la Shadow Kingdom Records ci propone questo “After Midnight Live”, un album, che dopo la venuta ad essere di “Mark Of The Beast”, chiude il cerchio intorno al passato dei Manilla Road e ci propone una manciata di brani di assoluto valore storico. Ma procediamo con il dovuto ordine.
L’album in questione ci riporta indietro ad un lontano inverno 1979, la band aveva da poco dato alle stampe il primo demo “Underground” e di li a poco furono ospitati dalla stazione radio KMUW dove si esibirono dal vivo. L’album in questione non è altro che il frutto delle registrazioni di quella esibizione che oggi ci vengono riproposte in maniera originaria senza sovra incisione alcuna, e proprio per questo, sono capaci di catturare tutto lo spirito di una band, ancora lontana dal sound che li ha consegnati alla storia, ma già capace di stupire per compattezza ed indole grezza.
I sei brani all’interno del lavoro ci presentano un gruppo ancora acerbo sotto il punto di vista della personalità, ancora distante dall’Epic Metal e molto influenzato dall’Hard americano 70’s che non esclude rimandi bluesy e forme acide. Nonostante ciò la voce di Shelton è già capace di passare con assoluta disinvoltura da tonalità tenui e sognanti ad aggressioni roche e viscerali, e le dinamiche dei brani sono già ricche di quelle armonizzazioni magiche, da sempre uno dei marchi di fabbrica della band.
Tutte le tracce sono davvero buone, con menzione particolare per la splendida ballata “Dream of Peace” che grazie al suo crescendo finale è già gravida di quelle sensazioni visionarie che faranno da punto di forza di un brano come “Dreams of Eschaton”; e per l’iniziale e paranoica “Chromaphobia”, dove sembrano già prendere forma i ritmi forsennati ed arrembanti di “The Deluge” (l’album).
Cosa altro aggiungere a quello che più che un prodotto, è un vero e proprio appuntamento con la storia? Nulla, se non l’invito rivolto a tutti gli estimatori a far proprio questo lavoro e a goderne appieno come è successo al sottoscritto. Un lavoro non per tutti, vista anche la precarietà delle registrazioni, ma per quei pochi a caccia di quella gemma capace di far ripensare alla storia della musica Heavy.