
A tre anni dal precedente album “MK II” si riaffacciano sul mercato discografico, i Masterplan di Roland Grapow. Messa da parte la parentesi, che nel precedente album, vedeva impegnato alle vocals l’ex Riot Mike DiMeo, la formazione tedesca ritrova l’ottimo Jørn Lande e la sua timbrica aspra dagli umori Hard Rock.
“Time to Be King”, questo il titolo di questo nuovo lavoro, pur non tradendo le attese riguardo al suond ed alla classe innata che la band ha sempre messo in primo piano, non è al pari delle gemme passate. E questo non in virtù di una cattiva resa dei brani composti per questa nuova release, quanto per una certa ridondanza che permea il lavoro tutto. Quanto detto, non deve far però pensare ad un passo falso, la band è più viva che mai e lo dimostra lungo tutti i 44 minuti del disco in questione. Un disco che come da copione risulta ottimamente bilanciato nel plasmare Power Metal e melodie AOR. Ma procediamo con ordine.
L’apertura del lavoro è affidata alla veloce e roboante “Fiddle of Time“, brano che riporta subito all’attenzione dell’ascoltatore le vocals perfette di un Lande ispirato, capace tanto di imporsi con toni bassi e monumentali, quanto di ammaliare nel proprio riecheggiare l’aggressività roca e bluesy di Coverdale. Si prosegue con “Blow Your Winds” e “Far from the End of the World”, due brani maggiormente riflessivi, assolutamente d’alta classe I chorus di entrambi, così come il mood sognante che ne permea le articolazioni.
Con la titletrack, i Masterplan, disegnano uno scenario Power Metal dal feeling barocco. Mentre con la malinconica “Lonely Winds of War” vengono in primo piano riffs e melodie che ricordano da vicino i brani più melodici di “The Dark Ride” degli Helloween, la prestazione di Lande, in questo brano, è da incorniciare per intensità e trasporto e fa si che lo stesso risulti essere l’episodio di maggior caratura del lavoro tutto.
Dopo la chiusura di questa, virtuale, prima facciata, l’album mette in primo piano una serie di tracce che non riescono ad eguagliare qualitativamente le precedenti cinque (in caso contrario si sarebbe potuto parlare senza problema di “capolavoro”). Infatti, se “The Dark Road” e “The Sun Is in Your Hands” riescono a farsi apprezzare, in particolare la prima, per una spiccata vena AOR, le successive “The Black One” e “Blue Europa” ricalcano sentieri fin troppo battuti dalla band tedesca ed è qui che si cela il tallone di Achille di “Time to Be King”, ovvero nel suo evidenziare ogni tanto, una mancanza di freschezza compositiva.
Un discorso a parte merita “Under the Moon”, brano davvero poco riuscito, che trova la sua ragione d’essere unicamente in virtù del suo fare da chiusura e che grazie agli arrangiamenti di archi accompagna docilmente l’ascoltatore via dall’album.
I Masterplan ci sono e dimostrano di essere, ancora oggi, una band sopra le righe; infondo ci si trova sempre al cospetto di musicisti dalla classe sopraffina. Certo il continuo somigliare troppo a sé stessi, a volte può essere un pregio, ma spesso cela qualche calo compositivo. Nella speranza che ciò non avvenga per la band di Lande e Grapow ci godiamo questo nuovo lavoro, anche se è appena una spanna sotto “Masterplan” ed “Aeronautics”.