
Ritorno sulle scene per gli svedesi Mustasch, band che ormai da un decennio si impone come una delle realtà di maggior valore dell’heavy/stoner metal mondiale.
Questo nuovo studio album, semplicemente intitolato “Mustasch”, conferma le ottime impressioni che la band ha regalato anno dopo anno grazie alla propria miscela sonora che coniuga in maniera disinvolta: riffig di sabbathiana memoria, groove polveroso che guarda alla scena di Palm Desert ed il feeling 70’s che negli ultimi anni in Svezia si è fatto strada con le proposte di Spiritual Beggars, Grand Magus e The Mushroom River Band.
A differenza dei colleghi svedesi, i Mustasch, tendono a rivestire i propri brani di un sostrato metallico compatto e forte, in particolare nel riffing serrato e grasso (dal piglio moderno) e nelle melodie che sanno di anthem. L’album si compone di dodici tracce che pur prendendo in esame (in maggioranza) esperienze vissute, tendono a metterle in evidenza attraverso un sound che non ha paura di farsi visionario; costante è l’uso di vocals filtrate e di effetti retrò dagli echi space rock.
Il disco si apre con “Tritonus (Prelude)”, breve intro che è puro tributo ai Black Sabbath e che ci porta nel mid-tempo compatto ed oscuro di “Heresy Blasphemy”; dal feeling maggiormente hard è la seguente “Mine”, a cui succede “Damn It's Dark” dotata di un chorus immediato che non potrà non ammaliare. Dopo questo primo terzetto dagli echi cupi, la band mostra il lato maggiormente “easy” del proprio sound, questa sfaccettatura prende forma nel duetto: “The Man The Myth The Wreck”, “The Audience Is Listening”, due tracce a metà tra le alienazioni dei Kyuss e le melodie malsane dei Moster Magnet.
Con “Desolate” si torna a cavalcare l’heavy stoner più oscuro e decadente che fa da introduzione a quello che è il vero climax di questo album, ovvero “Deep In The Woods”, ove la band gioca a fare da narratrice di favole oscure, grazie ad un brano che nella sua estrema semplicità ha la forza per divenire uno dei migliori dell’intera discografia degli svedesi e che non cela (nel mood) l’influenza di Alice Cooper. Seguono, la ballata dai tratti ironici e rassegnati “I'm Frustrated” e il terzetto finale, un po’ anonimo, di “Lonely”, “Blackout Blues” e “Tritonus”, che lasciano un po’ di amaro in bocca per il proprio non restare sulla stessa soglia qualitativa delle tracce precedenti.
In conclusione, i Mustasch ci hanno regalato un lavoro ottimo, un lavoro che ha il pregio di poter piacere a coloro che amano lo stoner rock ma anche a tutti coloro che apprezzano il metal di derivazione 70’s dai sentori alcolici.