
Alcuni non amano il genere industrial, ne il death-metal mescolato a ritrovati moderni, come il “core” ed i suoi derivati. A questi ascoltatori “Death Culture” degli sloveni Noctiferia difficilmente farà cambiare idea. L’album infatti non sembra avere le carte in regola per entrare nel “gotha” delle pietre miliari del metal moderno presentandosi come un qualcosa di già udito, simile a formule già usate su larga scala da diversi gruppi in auge negli ultimissimi anni. Detto questo l’album, che potrà risultare noioso e di difficile assimilazione ai più, non deve essere buttato integralmente nello scatolone delle brutture, che con il passare degli anni va, nostro malgrado, a rimpinguarsi sempre più, al contrario lascia intravedere elementi strumentali per nulla disprezzabili nel corso della sua durata. Un vero peccato che si tratti di sprazzi, di rari momenti, perché potenzialmente, alcuni di questi intarsi potrebbero affascinare anche alcuni ascoltatori più scettici. Questo, ad esempio, è il caso di brani come “Monarch”, “Slavedriver” e “Samsara” che si rivelano i pezzi di miglior impatto tra i molti proposti. Sono 13, non sono pochi per un album che mantiene comunque alti i giri per tutta la sua durata (ed anche questo è un aspetto che a lungo andare rischia di portare il fruitore alla saturazione).
Tra le tante contaminazioni, “core”, industrial ed in alcuni brevi scampoli più strettamente elettroniche che il gruppo propone, il rischio è quello di non capire realmente quello che l’impianto sonoro vuole comunicare, la direzione che vuole prendere. Questo fin dal primo ascolto si rivela il difetto principale dell’album che temo seminerà delle perplessità tra i seguaci della prima ora, abituati ad un melodic-death, dallo stile più variopinto ed al contempo classico.
Il gruppo ha voluto sperimentare forse anche in maniera eccessiva e, si sa, questo è sempre e comunque un rischio, ragion per cui da questo punto di vista, si può tributare un plauso ai Noctiferia per il coraggio d’intenti, applauso che però va lentamente a sfumare durante l’ascolto dei brani visti i troppi elementi sperimentali di difficile interconnessione, si prendano ad esempio “Democracy” o “Catarsis”; per far meglio emergere la questione: elementi industrial, forzature elettroniche e sottofondo simil-growl, che forse, presi singolarmente suonerebbero in maniera ottimale, riscontrando magari anche una notevole ammirazione che in passato il gruppo ha ampiamente dimostrato di meritare. Questi, uniti agli elementi elencati poc’anzi non appaiono mai pienamente convincenti lasciando un’apparente mancanza di mordente, di un lato duro e spietato del quale gli sloveni, con questa release, ci lasciano orfani.