
“Ironbound”, letteralmente “costretto, legato nel ferro”, e non vi è chiave di lettura migliore per questo nuovo lavoro della macchina da guerra di Bobby "Blitz" Ellsworth e D.D. Verni, si perché nel titolo si cela una continua dichiarazione d’amore per quel sound che da oltre un ventennio fa da vessillo al nome Overkill.
La band, mai come in questa occasione, ha rispolverato le proprie radici sonore, cedendo anche in qualche occasione alla faciloneria sonora, ma questa che potrebbe sembrare una pecca, in realtà è volontà atta a mettere in primo piano una semplicità di strutture fatte d’impeto speed/thrash metal. Dieci brani ove si respira l’attitudine semplice e diretta di “Feel the Fire”, quella attitudine che sapeva guardare alla N.W.O.B.H.M. ed insieme alle nuove sonorità che poi si sarebbero definite thrash metal, provenienti dalla madre patria statunitense.
Dieci brani che sono dieci rasoiate compatte e furenti entro le quali svettano le vocals velenose di un Bobby "Blitz" Ellsworth, più ispirato che mai. Non si fa in tempo ad inserire l’album nel lettore che già ci si ritrova travolti da due pezzi da novanta come “The Green And Black” ed “Ironbound”, si prosegue con la veloce e diretta “Bring Me The Night” e con i mid-tempo al vetriolo di “The Goal Is Your Soul” e di “Give A Little”, due brani che seppur velati di opportunismo riescono a risultare coinvolgenti e che mantengono quella che è la vera e propria caratteristica del combo di Brooklyn, ovvero, quella rabbia che sa di vissuto e di quotidianità e che trova realizzazione ultima proprio nella semplicità, di cui questo album si fa esponente massimo.
Ad aprire una virtuale seconda facciata dal disco troviamo “Endless War”, altro pezzo dalle articolazioni semplici, dirette e proprio per questo estremamente efficaci, come si rivelano le seguenti “The Head And Heart” ed “ In Vain”. Due mezzi passi falsi, la band li commette nel duetto finale rappresentato da “Killing For A Living” e “The SRC”, due brani che sanno un po’ di riempitivo e che portano con loro qualche barlume di anonimato, ma sono due piccole parentesi che non tolgono lustro ad un album forte di esperienza che si completa con la personalità spiccata dei propri autori.
Cuore e mestiere, con “Ironbound” hanno trovato la giusta combinazione, ma quello che è di maggiore importanza è che la band ha ritrovato la volontà di imporsi grazie ad un sound privo di orpelli, un sound che è testimone di quella antica rabbia che dai sobborghi di Brooklyn sembra ancor lontana dal volgere a morte.