
Ascoltando “Carnage of Victory” , mi viene in mente alla fine dell’ascolto dell’album, una corsa ai quattrocento metri , ed un atleta che dopo un inizio disastroso riesce con un guizzo verso i 200 metri a recuperare qualche posizione , mantenendo quasi costante quest’ultimo andamento, e riuscendo ad arrivare quinto su otto partecipanti.
Il perché di questo mio paragone, apparentemente folle, ha una sua motivazione.
Cominciamo col dire che I Sacred Steel non sono mai stati punta di diamante nel panorama power epic, e forse continueranno a non esserlo, ma si deve dar atto alla teutonica formazione del gran coraggio e della grande perseveranza, pronti sempre a suonare come gli pare e piace, fregandosene altamente di giudizi e critiche.
Questo modo di fare dà ragione alla band da più di un decennio, ma come risvolto c’è di fatto che I Sacred Steel rimangono sempre relegati nei meandri della prevedibilità pur sorprendendoci in alcuni momenti , e ciò è dettato soltanto da un inconscia esperienza e non da un esigenza di evoluzione.
Purtroppo l’inizio di “Carnage of Victory” non è dei migliori, e non mi riferisco soltanto alla parte ritmica che nonostante la banalità dei riff , compensa le proprie lacune appassionando almeno gli amanti della velocità. Chi si rende artefice della dissipazione dei primi brani è senza ombra di dubbio il singer Gerrit, il quale ostenta nel cantare con ottave così alte (non a lui confacenti) sfociando in ridicoli falsetti, che neanche i Mania (negli anni ottanta a cavallo delle emulazioni power) osavano con tanta vergogna.
Per assistere ad una lieve ripresa dobbiamo aspettare di arrivare alla title track, dove Gerrit finalmente smette di ridicolizzarsi, dando soltanto la sua voce e rendendo il pezzo in questione un vero brano, lasciando finalmente a chi scrive la possibilità di poter parlare di musica.
Ma le sorprese non sono finite, perché sulla stessa falsa riga seguono “ broken rites” e “ crosses stained with blood ”, laddove nella prima la melodia iniziale elargisce un’emozione che trova un equilibrio per tutta la durata del brano, nella seconda invece si alternano trepidazioni che viaggiano dal classic-power-speed all’epic.
Stesso discorso varrebbe per “the skeleton key“ e “shadows of reprisal “. Quest’ultimo in particolare, oltre ad essere un intro per il successivo “danial of judas ” (anch’esso potenzialmente pezzo di una certa rilevanza) si distingue nel suo minuto e mezzo per l’utilizzo della sola chitarra classica, avente come tappeto unicamente una voce , che nella sua lontananza rievoca magie del lontano medio oriente. Dispiace soltanto per l’esecuzione della chitarra classica, che per quanto quest’intermezzo sia bello e suggestivo , pecca a tratti nell’esecuzione tecnica di alcuni fraseggi.
Scorrendo verso la fine, le altre track non ci sbalordiscono come avvenuto in precedenza, ma mantengono comunque un buon livello musicale, soprattutto grazie a Gerrit che finalmente e’ rinsavito dai colpi di testa iniziali.
Ergo,spiegato l’arcano dei 400 metri.