
Attese, voci di corridoio, annunci di ospiti abbastanza distanti dai classici standard sonori propri; questo ed altro ha accompagnato negli scorsi mesi l’uscita di questo album solista di Slash, da sempre una delle figure più chiacchierate del panorama Hard&Heavy.
L’album è finalmente pronto e tutti i nodi sono pronti ad esser passati al vaglio di un improbabile pettine critico. Bando agli indugi, questo album solista dell’ex-Guns n’ Roses è un buon album, certo non album epocale e di sicuro non uno di quei lavori capaci di resistere alla mannaia del tempo, fatto sta che il chitarrista dal perenne richiamo alla nicotina è riuscito a comporre un disco in cui l’Hard Rock, il Rock sound classico e il Pop elettrico riescono a convivere in maniera piacevole. Il merito di ciò, oltre che del vecchio Slash è da imputare soprattutto al ricco parterre d’ospiti presenti. Questi svolgono, all’interno del disco, il doppio ruolo di vittime e carnefici, perché se da un lato essi arricchiscono di sfumature il sound, dall’altro “piegano” a sé stessi ed alle proprie matrici sonore le song in cui sono ospitati.
E così se l’iniziale “Ghost” in cui compare Ian Astbury dei Cult si fregia di voluttuosi riffs rock/dark, la seguente “Crucify the Dead” ricorda fin troppo le ultime produzioni di Ozzy ed in particolare le prove di questi su quei brani svogliati dal piglio malinconico, che la fanno da maggiore nelle ultime releases del madman da un decennio a questa parte.
L’album scorre via in maniera pulita ed è dotato di una “ascoltabilità” di fondo che lo rende simile ad una compilation ben riuscita. Si passa dal pop elettrico di “Beautiful Dangerous”, in cui compare Fergie, alla malinconica “Promise”, ove Chris Cornell riesce a rendere ottimo, un brano più che scontato. Dall’hard sporco di “Doctor Alibi” (con Lemmy alla voce), al modernismo di “Nothing To Say” (con il singer degli Avnged Sevenfold), senza per questo smarrire mai la vena orecchiabile dell’album tutto.
Una citazione a parte merita, la conclusiva “We're All Gonna Die”, sarà per la partecipazione del grandissimo Iggy Pop, sarà forse semplicemente perché è il brano dalle strutture meglio congeniate, sta di fatto che si impone come l’episodio migliore del lotto.
Concludendo, l’album è un prodotto ben congeniato, a metà tra l’espressività musicale e la vena affaristica, ma forse oggi nel 2010, spesso questi due fattori viaggiano di pari passo. Un “ben tornato” è d’obbligo, ma con un occhio di riguardo, quanto mai necessario, al portafogli del compratore.