
Ricordo ancora la prima volta che scoprii i Sonata Arctica. Correva l’anno 2000 e all’Alpheus si esibivano Stratovarius, Rhapsody, e questo gruppetto di ragazzini che promuovevano il loro primo lavoro prodotto dalla Spinefarm Records (etichetta allora nascente ma già inseritasi nelle grandi, in pochissimo tempo, grazie anche al lancio un anno prima di Oceaborn dei Nightwish).
In quel periodo il power la faceva da padrone (o quasi), tanti gruppi venivano sfornati su questo stile dalle varie etichette, e c’erano case discografiche che ti mettevano sotto contratto soltanto se l’album suonava allegrotto, veloce ed il singer era eunuco. Molti di essi,anche se con scarsi risultati, entravano nel circuito soltanto per un fatto di moda ed etichetta che promuoveva un buon marketing, e non per meriti; altri invece, come i Sonata artica, salivano alla ribalta anche per questi ultimi (basti ascoltare album come Ecliptica, Silence e Winterheart’s Guild per rendersene conto).
Ora purtroppo siamo ben lontani da quei periodi! Forse perché l’album deve uscire per forza, e volente o nolente devi incidere qualcosa, o semplicemente perché in questo genere è stato detto tutto o quasi, in vari modi e con varie sfaccettature. Purtroppo nel power metal (dall’epic allo speed e sottogeneri vari) incominciano un po’ a scarseggiare idee, in particolare se si vuole sempre suonare un genere che fra qualche anno con quest’andazzo potrebbe diventare soltanto di nicchia.
I nostri ci propongono un album che non presenta alcuna innovazione di sorta, sempre più simile a quelli degli ultimi anni, cercando anche di proiettarsi, in alcuni momenti, verso sonorità più tecniche, ma con risultati che lasciano un po’ il tempo che trovano, e la seconda track "Deathaura" ne è l’esempio lampante. Ed è davvero un peccato perché il brano inizia con una stupenda armonia minore, succeduta da una leggiadra voce di donna che avvolge le note in un crisma incantato, e nella parte finale di questo preambolo un coro armonizza il crescendo delle voci fino a sfociare in un’idilliaca potenza di suoni.Ma ecco che dopo un po’ questi bizzarri ragazzi, cambiano improvvisamente velocità e tempo, con una linea vocale che risulta pesante come una pugnalata alle spalle, stordendoti e sballottandoti, aspettando che venga fuori qualcosa di buono per dar senso a ciò che stai ascoltando. A onor del vero nel prosieguo del brano qualcosa di buono c’e’, ma forse non basta per eludere alcuni arrangiamenti messi lì “tanto per”. Ritroviamo finalmente un po’ dei Sonata Arctica in “The Last Amazing Grays”, in “ Flag in the Ground”, però c’è sempre un’apatia di fondo nei vari riff, che risultano banali, privi d’anima.
Bisogna arrivare alla ballad “Breathing” per poter finalmente ascoltare qualcosa elaborato con carisma e razionalità, infatti, i Sonata Artica ci propongono un bellissimo inizio di pianoforte ed una melodia accorata. Ma conviene davvero stendersi e rilassare i nervi perché gli scandinavi nella track successiva (Zeroes) ci hanno conservato una bella sorpresa, iniziando il brano con un approccio quasi pop (ed anche dei peggiori), per poi sfociare nel solito ritornello fatto tanto per fare, e chiudendo con lo stesso inizio di dubbio gusto. Ma non è l’unico approccio di questo tipo, lo si può notare anche in “the truth is out there”. Potremmo continuare tranquillamente a parlare anche degli altri pezzi, ma staremmo qui a ripeterci. Nonostante molte cose in quest’album sono davvero insipide, qualche riff qua e là merita anche un minimo di nota, quindi tirando le somme potremmo definire The Days of Grays un album mediocre. Giudizio questo avallato anche e soprattutto da una produzione ad altissimo livello, (e non poteva essere diversamente vista la major che li supporta), che riesce comunque a sopravvalutare anche qualcosa che brilla ben poco. Purtroppo questa è la realtà e bisogna accettarla. L’era digitale ci impone anche questo!