
Parlare di corsi e ricorsi storici per il thrash metal è quanto mai appropriato, quando ci si trova a dover affrontare un lavoro come “Sanctify the Darkness” dei greci Suicidal Angels. Si perché ci si trova al cospetto di un lavoro che mette in evidenza l’amore dalla band di Atene per quelle sonorità thrash oscure e violente che pregnavano i lavori di bands come: Kreator, Slayer e Dark Angel. Questo non deve far pensare ai Suicidal Angels come l’ennesima band-clone alla ricerca del proprio personale “Reign in Blood”, quanto ad una band che ha saputo isolare gli elementi di una corrente musicale con estrema cura ed ha saputo riproporli con una personalità che necessariamente si completa nelle bands da cui l’album trae ispirazione.
È come se i ragazzi di Atene avessero fatto una operazione di restauro sonoro, portando a nuovo splendore quelle sonorità che un ventennio orsono, erano tra quelle capaci di fregiarsi dell’appellativo “estremo”. Questa operazione di “restauro sonoro” si fa strada attraverso undici tracks che riassumono i dettami sonori di “Darkness Descends”, “Pleasure to Kill” e “Hell Awaits”, senza aggiungere una virgola a quanto già detto da tali pietre miliari: riffs taglienti, predilezione smodata per gli up-tempos, assoli di chitarra fulminei ed essenziali e vocals nervose, fatte d’impeto.
Da questo nascono piccole gemme di furia come: “Apokathilosis”, “… Lies”e “Atheist”, songs che assumono i contorni di vere e proprie dichiarazioni di appartenenza compositiva e concettuale. Prescindendo dai singoli meriti, tutto il lavoro si candida ad essere tra le release di maggior rilievo in ambito thrash metal dell’anno in corso, e questo semplicemente perché i ragazzi di Atene hanno intuito la necessità da parte di una intera frangia di pubblico di riscoprire un certo tipo di sound ed hanno risposto a tale necessità componendo un lavoro che gioca sulla falsariga della nostalgia.
Vi è ben poco altro da aggiungere ad un album che anche nel suo essere a limite della retrospettiva storica, si impone in maniera piena, grazie ad una manciata di songs ottimamente suonate e composte. In definitiva il giudizio resta più che positivo, in particolare se si smettono le vesti critiche, legate ai paragoni di sorta e si vestono quelle attillate e scarne del thrasher e ci si lascia trascinare in quello che tra dieci anni potrebbe essere il “Reign in Blood” delle nuove generazioni.