
Tornano a farsi sentire, non davano alla luce una release contenente materiale inedito dal 2002, gli inglesi Tank. La band, come i più accorti sanno, nel suo piccolo ha dato alla luce alcuni lavori di grande rilievo all’interno del panorama della NWOBHM, restando sempre a metà strada tra quelle influenze metalliche e i fasti dell’Hard Rock degli anni 70.
E se i tempi del trittico “Filth Hounds of Hades”, “Power of the Hunter”, “This Means War”, appaiono oggi lontani, la band con questo nuovo “War Machine” appare alquanto pronta a riscattare ed a tirare fuori dall’oblio il proprio nome. Il punto su cui ci si deve soffermare nell’analisi di questo nuovo lavoro è sicuramente l’entrata in formazione di Doogie White, l’ex Rainbow/Malmsteen rappresenta una vera svolta per il disco in questione. Egli, infatti, grazie alle sue vocals cristalline, ispirate e melodiche riesce a far fare un buon salto di qualità ad un sound che si fregia di strutture classiche ed in qualche caso, stantie.
Ma procediamo con il dovuto ordine, quando il riff dell’opener “Judgement Day” prende forma sembra davvero di tornare indietro ai tempi in cui il “carro armato” era guidato dai fratelli Brabbs e da Algy Ward, ottime le melodie del brano così come la possanza delle ritmiche. Si prosegue con il mid tempo quadrato “Feast of the Devil” e con la veloce “Phoenix Rising”, dove l’esercizio vocale di White sfiora livelli di eccellenza, da notare il chorus forte di toni epici. La titletrack, nei suoi sette minuti, è tra i brani migliori del lotto, e ricorda i momenti di R.J. Dio più soffusi e carichi di tensione. Se il disco fosse finito qui, potremmo tranquillamente parlare di ritorno ai fasti passati, invece vi è una virtuale seconda parte dove i toni e l’intensità calano, lasciando il posto a qualche traccia che sa di riempitivo.
“Great Expectations” è l’esempio più fulgido di quanto detto, nonostante una caterva di riffs incandescenti, il brano perde forza nel chorus donando sensazioni di déjà vu. Ed arriva anche, l’inatteso, momento della ballad che risponde al titolo di “After All”, buon brano, ma leggermente monocorde e ripetitivo, con tanto di arrangiamenti di violini (vera e propria novità nel repertorio Tank). Dopo tale momento riflessivo e malinconico, i Tank tornano a calcare binari più consoni al nome che portano e di conseguenza a far scricchiolare i cingoli di un vitaminico Hard & Heavy; purtroppo “The Last Laugh” si rivela una traccia debolissima e svogliata, praticamente la peggiore delle nove presenti, e questo non solo perché sembra di trovarsi al cospetto di una copia sbiadita degli UFO, ma soprattutto perché prevedibile in ogni sua sfumatura. L’album prima di chiudersi, ha in serbo un colpo di coda, questo si disegna nelle conclusive “World Without Pity” e “My Insanity”, degne eredi, con un impeto maggiormente votato alla melodia, di un passato glorioso.
Tirando le somme, “War Machine”, è un lavoro onesto, dotato di una produzione pura e secca; un lavoro che propone la band inglese sotto una luce più melodica e più vicina all’Hard Rock che agli impeti Metal. Certo il passato della band resta isolato, anche perché gli autori di quel passato sono tutt’oggi, eccezion fatta per Mick Tucker, lontani dalla band. Un disco onesto e con tutta probabilità, un buon biglietto dai visita per questi nuovi Tank. Indi se vi piacciono le sonorità Hard & Heavy di matrice inglese, potrebbe rivelarsi più che interessante.