
The judge, ovvero Tim Shanks, nativo di Detroit viene introdotto al linguaggio musicale a partire dall’età di sette anni, dapprima come cantante di una Gospel Band itinerante e poi come musicista e cantante d’impronta Rock. Oggi il musicista/compositore americano da alle stampe un lavoro che è anche frutto del lavoro di una vita. Musicalmente parlando, la proposta di Shanks è capace di guardare sia alla trattazione Hard/Souther Rock (Lynyrd Skynyrd su tutti) sia alla componente Gospel/Blues di connotazione nera, sempre forte nel continente a stelle e strisce.
I dieci brani presenti, sono riflessi di vissuto che portano con loro riflessi di speranze e disillusioni, le modalità di venuta ad essere dei brani si mantengono entro dinamiche molto più vicine a quelle delle ballate Rock che ad impeti Hard. Le tracce sono caratterizzate da forti venature Soul, termine che va inteso nella sua accezione di “sentito” e riescono a trasportare di sicuro il potenziale ascoltatore. All’interno dell’album si passa dalla malinconica “Better Man” sbronza di spirito Southern, alla più dinamica “The Judge” che potrebbe rimandare ad uno Springsteen rabbioso e rumoroso, con una facilità disarmante, ed è forse questo il punto di maggior forza di questo lavoro, ovvero quel suo essere, sempre ben bilanciato tra forza e malinconia e costantemente arricchito dalla prestazione vocale aspra, roca e asciutta del suo autore.
Altri brani degni di nota sono: l’oscura “PA 2001” guidata da un riff ossessivo e il Blues elettrico e dirompente di “Take Me Back”. Naturalmente un lavoro come questo, figlio della The Judge Band è diretto ad un ascoltatore maturo che non abbia paura di confrontarsi con le sfaccettature multiformi della tradizione americana votata al Rock ed a coloro che amano sentirsi vicini a ciò che è trattato all’interno di un album. Ma prescindendo da tali catalogazioni, questo resta un lavoro intenso e diretto che non elude tocchi di classe.