
Nati nel 2005 per volere del chitarrista Dan Logoluso, i Timesword danno alle stampe quello che è il debut album dal titolo “Chains of Sin” . Il lavoro della band, nella quale troviamo Mark Pastorino (Secret Sphere) alle vocals, si caratterizza per il suo essere affine a quanto prodotto negli ultimi anni in ambito Progressive Metal, ma questo non definisce il lavoro in questione come avulso o privo della giusta componente votata all’originalità.
I sei brani che compongono “Chains of Sin”, pur fregiandosi delle strutture classiche (per chi è avvezzo alle sonorità in questione) del genere, se ne distacca grazie ad un mood riflessivo, quasi intimo che anche nelle sue implosioni elude sapientemente parossismi ed esagerazioni di sorta, come accade nell’ottima “A New Way” o nella iniziale “A Thousand Year Kingdom”, brano contraddistinto da linee melodiche cariche di trasporto. Prescindendo dai singoli meriti ogni brano appare sempre ben bilanciato e non porta con sé uno dei vizi di fondo del progressive metal, ovvero quel perdersi in narcisistici slanci volti a mettere in primo piano forme di tecnicismo. Qui ogni singola traccia è un vera e propria canzone e non un bieco esercizio strumentale.
Lungo tutta la sua durata (51 minuti), l’album si mantiene vibrante e carico di tensione emozionale, grazie anche ad una prestazione al top di Pastorino, tanto sulle tonalità basse e riflessive che sugli slanci altisonanti e rabbiosi. L’unica pecca di questo lavoro è forse rappresentata dalla finale “Real Mystery”, vera e propria suite che nei suoi diciannove minuti abbondanti potrebbe arrecare qualche sensazione di tedio, ma questo è un piccolo parere personale che non getta ombra alcuna su un album che seppur ancora distante dall’eccellenza, si impone come un ottimo esercizio di maturità e stile. Una promessa sonora molto vicina al suo ultimo compimento.