
Ostentare tecnica sopraffina, curare spasmodicamente e in modo certosino ogni minimo livello sonoro, sono alcuni degli ingredienti che hanno reso l’evoluzione musicale sempre più competitiva e valutativa. Succede allora che per inversione di marcia, c’e’ sempre qualcuno che si contraddistingue , curando questi particolari in modo marginale, suonando perché si vuole suonare, e perché la vera essenza della propria espressione musicale è ineluttabilmente dettata dalle proprie radici heavy metal .
Ecco dunque, che quattro giovanotti cileni, (classe minima 1970 ) giungono con “Machine Hell “ al loro terzo full- lenght, dopo un’esperienza ventennale ricca di demo, un live ed un dvd. Certo, considerando che l’età anagrafica ha dato piena ragione ad un impatto sonoro heavy speed old school non c’è poi così tanto da meravigliarsi, ma ciò che colpisce, è la grinta e l’irruenza tipica adolescenziale con cui affrontano l’album in toto. Questo lo si capisce fin da subito, con la prima track, che dà il titolo all’album, palesando una devozione Priestiana, che porta però i Vastator (ed in particolare la voce di Sr. Diaz) ad eccedere con una tale foga, che a tratti potrebbe anche infastidire l’ascoltatore. Sempre rimanendo in ambito di eccessi, spicca in “x- terminal” ( quinta track) una batteria lanciata al massimo del potenziale, che raggiunge il proprio culmine in un breve assolo ripetuto anche nell’ultimo brano “Caleuche”. Peccato, che tutto ciò sia disturbato da suoni abbastanza artefatti e poco curati, in particolare il set dei tom, che a chiamarli suoni si commette peccato. Infatti questi strani rumori, sono un mix fra pad esagonali con una centralina analogica piena di delay , tipica ottantina, e dei bidoni vuoti di plastica suonati al rovescio.
Questa non è l’unica bizzarria dei cileni, infatti il nostro Diaz si cimenta nel cantare ben quattro pezzi in lingua madre, che purtroppo non lega sempre bene con il genere, ma di certo attribuisce originalità ad un album che lascia pochi spazi senza riferimenti estremizzati di matrice Judas,ed Halford in primis. E laddove non fosse sufficientemente chiara l’ispirazione, fra gli ospiti d’eccezione c’è proprio alla chitarra nella sesta traccia “Hawker Hunter” ( Metal Mike - lead guidar Halford -). Il quartetto latino,tuttavia, ha fatto le cose in grande; infatti in ” The Gods Give No Reply” compare anche il nome di Veronica Freedman. Per rimanere (e’ proprio il caso di dirlo) in ambito di eccessi, all’interno del cd ti allegano finanche un video dello stesso brano in fase d’incisione, registrato in studio con la maggiorata cantante. Certo, gran bella cosa un video allegato,ma quest’ultima manovra promozionale desta non poche perplessità, poiché la bella vocalist , suscita in questo contesto, più interesse nel video che nell’audio. A buon intenditor poche parole.
Come abbondantemente detto “Machine Hel”l, è un album pieno di eccessi dettati da una foga adolescenziale mai spentasi, che spesso porta a commettere gli errori dettati da tale emotività, ma che , paradossalmente, non compromette del tutto un lavoro che va ritenuto come ben concepito.
D’altro canto, la storia dell’ Heavy Metal ci insegna l’intemperanza , la smoderatezza nella musica e nei modi di vivere, ed un album come questo, di chiara matrice primordiale, senza questi estremismi ne perderebbe sicuramente di spessore, venendo meno allo scopo.