
Quando si parla di Doom Metal, c’è sempre il rischio di incorrere in lavori che seppur fedeli alle dinamiche del genere, spesso non riescono a far propria la componente votata la trasporto, ovvero, quella che è con tutta la probabilità ciò che ancora fa di questo genere, in alcuni casi, un genere vincente.
Nel caso dei russi Who Dies in Siberian Slush e del loro album “Вitterness of the Years that are Lost”, ci si trova al cospetto di una band formalmente ottima, ma che però deve ancora sperimentare dal punto di vista della personalità. Quello proposto dai russi è un Doom Death Metal, con chiare referenze ai vari Anathema (degli esordi) e My Dying Bride, dove alla corposità del Doom/Death si aggiungono melodie malinconiche. Descritto in tal modo potrebbe sembrare un classico album clone, ma in realtà e tenendo conto delle referenze di cui ho già parlato, vi è un mood di fondo algido e distaccato che dona qualche vena particolare ai brani. Tale particolarità è data dalle note di pianoforte (di chiaro stampo classico) che si introducono sempre in maniera ottima all’interno delle cortine buie del riffg e delle pachidermiche ritmiche.
Naturalmente questo non basta a far decollare il disco ma rende comunque non avari di attenzione brani come: “Mobius Ring” o come la finale “Вitterness Of The Years That Are Lost”, che nei suoi nove minuti regala sensazioni di buia eleganza.
Un lavoro sopra la sufficienza, che potrebbe risultare appetibile a chi non è nuovo alle sonorità in esame. Per i neofiti, sarebbe meglio partire dai lavori che hanno fatto la storia.