
Correva l' anno 2006 e dalla fredda Ucraina arrivava prepotente e inaspettato, proprio come il più freddo degli inverni, “Songs Of Grief And Solitude”, una vera e propria perla di nero e fosco Folk. Uno di quei Folk minimalistici che sembrano fatti apposta per fungere da accompagnamento ad una fiaba di Cechov, uno di quei Folk che dalla sua essenzialità trae forza e vigore per ergersi come impenetrabile muro fatto di natura e suggestioni incredibilmente efficaci e che ti lasciano esterrefatto di fronte alla loro durezza.
Il Folk prima di essere fenomeno sociale è fenomeno culturale, un piccolo particolare questo, che lo differenzia in modo netto e sostanziale da tutti gli altri generi musicali “moderni”; a differenza del Rock (ad esempio), che da fenomeno sociale si è poi così autorevolmente affermato come fenomeno di massa-e quindi sociale- da diventare movimento culturale, ma è l' origine a fare la differenza.
Suonare Folk vuol dire dare voce alle radici. Non a caso il viaggio (o la favola) dei Drudkh comincia su un monte dei Carpazi, si perché “Sunset In Carpathian” è proprio lì che ci porta: in piedi a contemplare ciò che si apre ai nostri occhi con il vento gelido a spaccarci la pelle e le ossa.
Ma nella vita di un uomo viene il momento in cui si sente il bisogno di staccare gli occhi dalle punte delle proprie scarpe e di volgere lo sguardo, e il cuore, al cielo in attesa di una qualche risposta ad una domanda che, in fondo, si è consapevoli che non sarà mai soddisfatta. “Tears Of Gods” è la struggente ma allo stesso tempo rassicurante risposta a questa domanda, che domanda non è.
Ma non si può vivere di soli sogni allora intorno ad un fuoco, a mangiare pane accompagnato da altri prodotti del lavoro della terra, si intonano melodie e ci si lascia trasportare in danze frenetiche, come se la fatica, in fondo, non potesse mai e poi mai sfinire un uomo o quantomeno ci sarà sempre quella consapevolezza che quella fatica è vita, allora perché deprimersi? La terra è resa dura dal freddo, quel freddo che rende ogni zappata, ogni colpo d'ascia così doloroso che ci sembra subirli noi stessi, ma niente di questo sembra poter uccidere un uomo (“Archaic Dance”).
Di qui in poi nell'album cominciano a farsi sentire di più le attitudini Black della band rispetto ai primi tre brani. La ripetitività dei ritmi, l'insistenza sulle prime note degli arpeggi, la ciclicità delle composizioni, rende tutto spigoloso e ci sembra di precipitare in un vortice da quale non appare alcuna via di scampo. Appunto sembra.
I Drudkh però lasciano aperta una porta che tutto sommato ci da forza e l'ascolto continua e si fa ancora più interessante ( da “Why The Sun Becomes Sad” fino alla conclusiva “Grey-haired Steppe”).
Questo dei Drudkh sembra essere dunque un inno al lavoro nei campi e un monito a non dimenticare da dove ognuno di noi viene, questo mi sovviene dalla pregevole copertina (che ricorda “I Mangiatori Di Patate” di Van Gogh; consiglio ai lettori di vedere “Karl e Kristina” di Jan Troell, film svedese del 1971 che nonostante la diversa ambientazione risulterebbe più leggero di un film russo di quel periodo)
Non voglio però continuare in questo rapsodo interpretativo che parrebbe precludere e condizionare ogni tentativo di intromissione nell'opera da parte dei lettori, mi sono limitato a cercare di suscitare quantomeno un pizzico di curiosità verso un album che va “letto” e gustato lentamente senza fretta, lontano da strade affollate. Magari (so che Giugno non si presta) d'avanti ad un camino acceso, sorseggiando del buon vino rosso, e perché no, un tozzo di pane.