
Quando si decide di produrre un tipo di musica come i derivati del black metal bisogna sempre fare molta attenzione. Innanzitutto perché cimentarsi nelle sonorità del Melancholic, del Depressive, dell'Atmosferic o del Suicidal Black Metal vuol dire prendersi la responsabilità della costruzione di nuovi universi emotivi la cui nascita è dovuta da un implosione del piano emotivo che fino ad un momento prima conoscevamo e che credevamo sotto controllo. E ciò non è cosa da tutti.
Kilte sembra costruire questo nuovo e più sotterraneo piano dell'inconscio facendo tesoro delle lezioni dei grandi maestri del metallo nero più dissonante (Burzum, Darkthrone, i primi Mayhem). Quello che sembra proporci in poco più di 23 minuti (volendo escludere le due tracce finali che facevano parte di una demo) sono la dimostrazione di quanto sia bello il vuoto, tema centrale della sua opera. Kilte infatti sin dal titolo di questo Ep (Absence ndr.) vuole cercare di dimostrarci che la bellezza del mondo è racchiusa nell'oscurità causata dalla nostra assenza, come a dire che “capiamo quanto importante sia una cosa, solo dopo averla persa”.
Tre tracce che si muovono immerse in una dimensione esoterica, guidate da una morale infetta e pestifera che punta un dito denigratorio contro sogni di redenzione infranti. Come un imbuto che, senza la minima lucidità, risucchia ogni emozione mutandola in un denso concentrato di nero nulla. L' opener “The True Beauty Of Our Absence” è un depravato inno all' assenza di Dio in primis e volta alla distruzione di ogni convinzione per affermare che nessuno vale niente, che nessuno è indispensabile, solo il vuoto.
Ma la genialità di Kilte sta nel saper magistralmente amalgamare elementi della scuola black nordica delle one-man band e quella della First Wave Of Black Metal (I Celtic Frost di “Morbid Tales” , Venom di “Black Metal”; ovviamente senza tutta quell'irruenza e velocità): le composizioni esulano da quelli che sono i canonici giri di chitarra ciclici e statici prediligendo un “riffing” più dinamico ricco di affondi e di variazioni, sia ritmiche che tonali; a questo si aggiunge quel grido di disperazione incomprensibile che è il cantato. Un lavoro questo, che punta direttamente all'annientamento di qualsiasi forma di emozione, dunque ad un annientamento della natura stessa degli esseri umani a vantaggio del puro e crudo Nulla.
Nonostante ciò “Absence” è una sinuosa sinfonia fatta di piccole gemme nere, a dimostrazione di quanto occhio abbiano quelli della Eisenwald Tonschmeide (quella che produce quel piccolo genio di Austere per intenderci), etichetta indipendente che si sta confermando come una delle migliori all'interno del panorama black underground d'avanguardia. Essenziale per chi non possiede la versione orginale uscita cinque anni fa.