
Arriva, alla serie di ristampe da parte della label americana Shadow Kingdom Records, “Never Comes Silence” release dei doomsters americani Revelation, targata 1992. Per chi non conoscesse la band, i Revelation rilasciarono questo lavoro un anno dopo aver dato alle stampe il debut “Salvation's Answer”, disco che li mise in luce presso gli ascoltatori del genere di appartenenza. Ma prima di procedere con la recensione, è bene chiarificare al meglio la proposta sonora della band, in particolare per ciò che concerne questo lavoro, che è un vero e proprio album di transizione.
In “Never Comes Silence”, infatti si inizia a palesare qualche impeto Progressive votato alla diversificazione dei riffs portanti (segno che poi diventerà preponderante nelle produzioni successive) ed una attidine votata a contemplare mood profondamente paranoici. Tali ingredienti, fanno del disco un prodotto non facile, sia perché in esso troviamo una serie di brani abbastanza articolati (su tutti i 18 minuti della titletrack) sia perché il cantato nasale e colmo di sensi rassegnati di John Brenner, ha bisogno di un orecchio maturo, già forgiato alle altere tonalità Doom. Questa intrinseca difficoltà di immediatezza che il disco porta con sé non vieta però a brani come “Ashes” e “Spectre” di far risaltare i propri chiaroscuri. Un discorso a parte merita la suite “Never Comes Silence”, lisergico ed affascinante inno alla solitudine, dove le aperture acustiche e le vocals sussurrate riportano alla mente l’estraneità formale dei Rush.
In questa nuova edizione rispetto alla pubblicazione originaria ci troviamo al cospetto di un Enchanced CD con brani live (dalla registrazione amatoriale) ed estratti video di un live show televisivo del 1992. Tali contenuti bonus, sinceramente, rappresentano poco o nulla, e di conseguenza l’acquisto di questa ristampa non è consigliato a chi possiede già l’album, che valutato di per sé è un lavoro interessantissimo, soprattutto perché è uno dei primi esempi di rottura con la rigidità della trattazione Doom.
In definitiva, un lavoro da riscoprire, anche se colmo di asperità, in particolare per chi non apprezza lunghe parti strumentali.