
Essere attuali, guardando indietro fino all' Hard Rock anni 70 di Blackmore e soci e alla scena di quel Doom psichedelico capitanata dagli Electric Wizard, non è cosa da molti. Ma i romani Black Land hanno fatto centro.
La band in questione può vantare l'etichetta di band psichedelica senza scadere in abusati stereotipi da “flower power” sapendo costruire un suono che attraversa in modo equilibrato ed efficace l'Hard Rock classico (“Holy Weed Of The Cosmos” e la parte centrale di “Black Wizard”), il doom dei Black Sabbath, dei primissimi Cathedral e quello psicotropo dei Saint Vitius (“Drowning Deeply”) per ottenere un ibrido che ha si forti richiami a nomi del calibro di Electric Wizard e Kyuss, ma non ne è fotocopia, anzi ne è una reinterpretazione davvero particolare.
Otto tracce per 55 minuti di delirio stoner in chiave allucinogena e allucinata. Un vero e proprio trip fatto di riff secchi di scuola Tony Iommi alternati a parti in loop in puro stile 70's e basso ossessivamente onnipresente come è giusto che sia (“Psych N1”).
Un disco che attraversa, senza limite alcuno, tutti i generi da cui trae ispirazione e sui quali fonda il proprio carattere, senza però scadere nel ripetitivo (quello noioso, perché tutti sappiamo che una delle caratteristiche del doom è anche un pizzico di ripetitività) o nello scontato. Proprio per questa sua camaleontica attitudine, il lavoro dei Black Land risulta sempre fresco e piacevole da ascoltare.
Se la cannabis sta agli Electric Wizard e ai Bongzilla, i Black Land staranno sicuramente all'LSD, come è ovvio che sia per un disco che già dalla copertina, fa esplicitamente riferimento alle realtà dell' universo lisergico (“From The Black To The Rainbow”).
Insomma una full-immersion nei generi che hanno inaugurato l'era della sperimentazione nel campo dell' Heavy Metal e che ne hanno fatto la storia; ma rispondetemi, chi è in grado di suonare doom e di farvi contemporaneamente muovere quel flaccidume che vi trovate al posto del culo? Volete un nome? I Black Land.
Una band da tenere d'occhio e dalla quale, almeno io, mi aspetto davvero grandi cose, dato questo folgorante “re-inizio”.