
Sono passati quattro anni dal precedente “A Twist in the Myth” e come nella miglior tradizione letteraria Fantasy, lo spasmodico e sofferto attendere che termina nel finale carico di pathos è finalmente qui. “At the Edge of Time” è e sarà per i Blind Guardian un piccolo punto d’arrivo nella seconda parte della carriera sonora della band di Krefeld. E questo non perché gli autori del disco ed il disco stesso, siano portatori di grosse innovazioni, ma perché riconfermano sé stessi come realtà autonoma, una realtà tra le più ricche di teatralità dell’intero panorama metallico internazionale.
E se anche questo nuovo album sarà additato dai detrattori come progenie viziosa “A Night at the Opera”, questo non intaccherà minimamente la classe e la personalità dei musicisti tedeschi, capaci ancora di regalare emozioni uniche. Emozioni dal crescendo wagneriano frutto di un sound unico dal lirismo barocco e maestoso, testimone di quanto detto è l’opener “Sacred Worlds”, traccia che nel più classico muover compositivo della band, associa in maniera sublime e fonde insieme: fughe orchestrali, implosioni epiche e nenie dal piglio “menestrellesco”. Di natura diversa è la seguente “Tanelorn (Into the Void)”, dove ritornano con prepotenza le radici Power Metal della band, in un brano che potrebbe essere il continuo perfetto di “The Curse of Fëanor”, grazie ad una interpretazione magistrale di Hansi Kürsch.
Dal taglio maggiormente neoclassico e dalle armonizzazioni vocali soffuse è “Road of No Release” brano che sembra preparare il corso alla veloce “Ride into Obsession” dove ritorna protagonista tutta la forza di quei cori a cui la band ci ha abituato a partire da “Nightfall in Middle-Earth “. I ritmi si affievoliscono con “Curse My Name” e con la seguente “Valkyries”; nella prima la fa da padrone quel feeling da cantastorie, che per i più colti potrebbe essere avvicinato alla scansione ritmica della poetica provenzale, mentre la seconda è una traccia riflessiva infarcita di vocals sofferte, nelle strofe, e dalle stutture al limite del Progressive. Ed anche se “Control the Divine” si manifesta come la meno riuscita del disco, per la sua ripetitività, ci pensa l’ottima “War of the Thrones” a riportare l’album sulla strada dell’eccellenza; un brano carico di eleganza orchestrale, simile per certi versi a “The Maiden and the Minstrel Knight”.
E si giunge così al duetto finale del lavoro, rappresentato dall’impetuoso singolo “A Voice in the Dark”, brano che diverrà uno dei nuovi classici della band, in particolare in sede live, e da “Wheel of Time”, dove il matrimonio tra orchestrazioni e metal viene portato a sublimazione, di particolare interesse sono i fascinosi ritmi orientaleggianti che arricchiscono in più punti la traccia rendendola particolarmente diversa da quelle che precedono il suo venire ad essere.
Concludendo, l’album è ottimo ed è di sicuro tra release dell’anno in corso, certo è che i Blind Guardian non hanno rischiato nulla ed hanno guardato al proprio bagaglio compositivo passato cercando di non stravolgerne l’essenza. Ma se i risultati sono ancora così validi qualitativamente, perché tentare la via della diversificazione? Impeccabili e semplicemente sé stessi.