
Tornano a colpire i Deflore con questo nuovo album “2 Degrees of Separation”, e lo fanno nello stile che più si adatta alla poetica sintetico/strumentale della band, ovvero mettendo in primo piano la ricerca spasmodica di un’ossessività ideale e psichica. Un’ossessività dipanata entro i limiti di un Industrial Rock infarcito di elementi elettronici e di foschi passaggi psichedelici, atti a svilire la possibile pretesa dell’ascoltatore di fare chiarezza all’interno di una poetica crepuscolare ed ermetica.
E così come accade per l’opera di Stéphane Étienne Mallarmé, il linguaggio, in questo caso sonoro, non esige spiegazioni di sorta, ma si lascia apprezzare per un gusto estetico oltremodo ampio e privo stasi compositiva. La musica della band è in realtà una continuità di sensazioni nervose e cariche ora di groove, ora di dissonanze e di dilatati passaggi avvilenti che vengono passate al vaglio freddo e simmetrico dei sintetizzatori, ed in tal modo disegnano sempre scenari d’avanguardia.
Come detto in precedenza, ci si trova al cospetto di un lavoro unicamente strumentale e non vi può essere, per i brani, esplicazione migliore di ciò che è sintetizzato dal titolo degli stessi; e così se “La Guerra Degli Orsi” mette in primo piano suoni bassi ed apocalittiche percussioni, “Electropause” è un brano al limite della cacofonia, intento a ridisegnare o far divenir nulli i confini tra musica e rumore, sublimando e centrando in pieno l’essenza del termine Industrial. Ma ciò che è espresso da questi due pezzi e nulla rispetto alla disarmante “Trilogy Of Gas”, aperta da una citazione presente nella pellicola Old Boy di Park Chan-wook, la traccia in questione è perfetta nel ricreare le atmosfere violente e ciniche partorite dalla mente del regista sudcoreano.
E sono proprio le affinità con il mondo della celluloide a dare forse la spiegazione ultima a questo album, si perché i brani hanno il piglio della colonna sonora e come questa riassumono stati d’animo e momenti visionari e non vivono di protagonismi. Musica come stato d’alienazione e come rimando ad artificio. Processo creativo incastonato entro lidi di ruggine.