
La prima regola da rispettare quando si scrive una recensione è quella del mantenimento del valore oggettivo rispetto a ciò che si esamina. A volte però capita che l’oggetto di recensione sia così maturo, accorto ed affascinante che i limiti obbiettivi tendono a smarrirsi in luogo dell’elogio.
È con questo stato d’animo che mi accingo a dar lumi al lettore riguardo ad “Iridium”, quarto studio album dei nostrani Empty Tremor, un vero e proprio specchio multi cromatico di sonorità, un lavoro capace di sorprendere e di lasciar ripensare ad una scena, troppe volte mortificata rispetto a quelle provenienti da qualsivoglia luogo al di fuori dei confini nazionali. Si perché la band romagnola ha partorito un lavoro che farà epoca, un disco capace, attraverso la propria grazia compositiva, di donare l’oblio ad un qualsiasi altro album Progressive Metal partorito nell’ultimo periodo.
“Iridium” è composto da nove tracce dalle quali traspare con chiarezza una maturità compositiva che tende a smarrire l’ascoltatore, una maturità che non si perde entro inutili esercizi estetici (uno dei difetti di fondo del Prog) ma che si concentra sulla forma-canzone e sul trasporto. Diciamo che la band è conscia delle proprie potenzialità tecniche e per questo le ha messe al servizio del songwriting. Come già detto, il genere proposto dagli Empty Tremor è Progressive Metal, anche se il termine va alquanto stretto a questo album, perché le sfaccettature sonore presenti nel disco sono molteplici. Si va dalle melodie aeree al limite dell’AOR di “Warm Embrace”, alle architetture più veloci ed immediate di “The Last Day On Earth”, brano dove si rivede il gusto per i chorus di matrice Royal Hunt.
Ma è in un brano alle strutture soffuse e sognanti come “Friends In Progression” che la band esprime al massimo tutto il proprio genio, attraverso un mood malinconico che si tiene alla larga dal sentimentalismo e che ricorda molto da vicino alcune cose dei Queensryche del periodo “Promise Land”.
Infine, vorrei spendere due parole per la prova della band, assolutamente eccezionale ed in particolare quella del singer Giovanni De Luigi un vero e proprio gigante capace di destreggiarsi tra colorazioni calde ed impeti altisonanti, sempre con classe ed eleganza.
Vi è davvero poco altro da aggiungere ad un lavoro che è già un must del genere. Fate vostro questo caleidoscopio di sonorità e di umori, nel quale il perdersi è solo il primo stadio del sublime.