
Se “ King of Hell ” nel 2008 premia un ritorno alla grande della quasi completa reunion degli Helstar , ”Glory of caos” concretizza l’album capolavoro dei texani, di portata uguale o addirittura superiore anche a “Nosferatu”, punta di diamante fin dal 1986. Non me ne vogliano i nostalgici, ma il concetto di maturità ed evoluzione artistica, risiede proprio nel superarsi a distanza di anni, nonostante l’azzardato paragone con il già citato album che rappresenta un tassello importante dei periodi storici dalla causa metal. Ma è pur vero che, il confronto con un ventennio fa’ regge fino ad un certo punto, in quanto i nostri, (a differenza degli anni d’oro del metallo pesante ) vengono oggi a noi con un album totalmente diverso dallo stile primordiale, infatti ci troviamo al cospetto di un lavoro di puro thrash metal, vicino a quanto di meglio si possa estrapolare dalla scuola “Exodus” e “ Testament”.
Vi chiederete: << dov’è la novità, dato che il periodo attuale, vive come moda del momento proprio il ritorno di questo genere? Non sarebbe stato meglio rientrare nella scena del nuovo millennio continuando il proprio cammino musicale interrotto,( magari riadattandolo in un contesto più attuale) in modo tale da guadagnarne anche in originalità? >>; d’accordissimo, ma quando ti ritrovi ad ascoltare un album che per 44.38 minuti, è suonato senza cali stilistici ed espressivi, con una potenza sempre costante , con picchi di grinta che la fanno da padrona e con una palese cura dei suoni che tirano ancor più un prodotto già buono di base, allora incominci a ripensarci su, rendendoti conto che ciò che si ascolta è qualcosa che va ben oltre un buon album.
Sicuramente questo lavoro merita una descrizione sinottica di ogni traccia, in quanto, poco rimane indifferente in tutto l’album, incominciando dalla prima track “ Angels fall to hell ” che apre con una breve ed inquietante armonizzazione di chitarra, che sfocia dopo poco in un riff potente e granitico, creando nella sezione ritmica successiva terreno fertile per l’ugola di un più che in forma “ James Rivera”, il quale nonostante le tante vissute primavere, riesce a mantenere ancora, una voce squillante e per nulla affaticata. Il brano termina con lo stesso intro, che per assurdo potrebbe fungere d’apertura anche per la successiva “ Pandemonium” ,che spezza l’attimo di pausa dal precedente brano, elargendo già dalla ritmica una dichiarazione di guerra, combattuta nella più classica tradizione thrash, fino alla fine del brano.
Il termine << fermarsi>> in quest’album è vietato, in quanto “ Monarch of Bloodshed ” rallenta leggermente ma non perde di aggressività, restando sempre coerente col discorso iniziale, riservandoci nella parte centrale un arpeggio distorto e cadenzato, che funge da giusto pre, per un assolo tagliente e deciso, echeggiato pur sempre in un contesto veemente ed impetuoso. Stesso discorso per “ Bone Crusher ” la quale oltre a mantenersi in linea con il brano precedente, crea una tale condizione ottimale per la voce , da permettere in alcune battute estensioni tonali ad ottave altissime, alternate fra scream e pulito.
A questo punto i nostri Helstar ci sorprendono con “ Summer of hate ” introducendo un tenebre arpeggio, facente da tappeto ad un lontano sibillio, che rende ancor più oscuro il tutto, dando a primo acchito più l’impressione di un intro che di una track di metà album. Nel prosieguo dell’ascolto, le dinamiche diventano più heavy e cadenzate, foriere di una voglia di dar a tratti più spazio alle atmosfere in essa racchiuse. E la scelta di collocare “ Summer of hate ” a metà corsa, non è un caso, in quanto motiva il giusto riposo, per ascoltare delle devastanti “ Dethtrap ” ed “ Anger ”, ( rispettivamente sesta e settima traccia) le quali incominciano senza mezzi termini, ma soprattutto ancor più veloci e vigorose, rispetto alle precedenti.
Un crescente e articolato riff di chitarra, rende già l’idea che “ Trinity of Heresy ” riserva in sé qualcosa di diverso, ed infatti, i toni non si alleggeriscono, ma si assottigliano fino ad arrivare a deliziarci nella parte centrale con un arpeggio pulito di chitarra, beandoci con una ballad che per nulla stona nel contesto, anzi crea una via di passaggio per un riff che defluisce nel più rappresentativo degli assoli metal.
Discorso più articolato per “ Alma Negra ” che nei suoi 5.41 minuti propone svariati cambiamenti di episodi, sbalordendoci su alcuni passaggi inaspettati, creando la sensazione di 3 brani nello stesso pezzo. Infatti la track apre in modo dirompente, diventando sempre più violenta nel prosieguo. Ma ecco che, uno < stop end go> genera qualcosa di completamente distante dalla vicenda ritmica precedente, pur non rimanendo avulso dal quadro generale, dando in seguito, una minima dimostrazione di bravura tecnica entrando con un altro riff , per poi riagganciarsi ai passaggi di inizio brano, offrendo comunque un filo logico alle predette differenze in essa racchiuse. “ Zero One ” serba una raffinatezza, un altro bellissimo arpeggio acustico, reso ancor più intrigante dal cantato pulito e leggermente filtrato, ma stavolta della durata di appena 0.56 secondi che chiude in uno sfumato, quasi a cercare una rifocillazione da questa lunga fatica.
“ Glory of caos “ non resterà indifferente a quella fetta di pubblico che aspetta un grande album , e molto probabilmente rimarrà il segno anche negli anni avvenire. Nonostante non sia nulla di innovativo o rivoluzionario, c’è di fatto che, un lavoro elaborato e che non lascia nulla al caso, studiato nei dettagli anche per quanto riguarda la scelta cronologica delle tracce, con brani che variano pur rimanendo sempre coerenti nello stile, suonato con tecnica sopraffina da parte di ogni musicista, ( e chi più ne abbia più ne metta ) sarebbe un vero delitto farlo finire nel dimenticatoio.