
Sforzo immane è per il sottoscritto, il cercare di mantenere un barlume di oggettività e di semiprofessionalità nel dar conto al lettore riguardo a “Festival”, ultima release dei Jon Oliva's Pain. Si perché in tutto l’universo hard&heavy il Mountain King, è per me, colui che da sempre è riuscito a rappresentare il non plus ultra sonoro, sia con i Savatage che con i Docotor Butcher, ed anche i J.O.P., che pur hanno incontrato lungo il proprio corso tutta la mia ostilità, sono stati sempre e comunque collocati (sempre per chi scrive) in un limbo di eccellenza.
Prescindendo da questa piccola apologia iniziale, è necessario affermare che “Festival” è il miglior lavoro fino ad oggi partorito dalla band, in particolare perché esso si discosta da quel senso di artificiosità che caratterizzava le produzioni passate. Mi riferisco a quel feeling un po’ forzato così distante da quella naturalezza poetica, vero e proprio marchio di fabbrica degli indimenticati Savatage. Questo non significa che il vecchio Jon abbia abbandonato le componenti classiche legate alla coralità, alle melodie tinte di implosioni da musical ed al pathos sofferto e sognante, ma solo che oggi, alla luce di questo album, esse sono libere di fluire in modo pieno.
Potrà sembrare paradossale, ma “Festival” è insieme liberazione ed identificazione con tutto ciò che erano i Savatage; liberazione dall’ossessione legata al creare qualcosa, simile per caratura, alla band madre, ed identificazione con la libertà di confini strutturali che era capace di far risuonare così distanti e così vicini due lavori come “Streets” ed “Hall of the Mountain King”.
Fin dalle prime note della iniziale “Lies”, viene in eccellenza un senso di poesia profonda e di trasporto a cui è vano opporre ogni tipo di resistenza per non essere cullati in quella beatitudine che solo ciò che è bello ed intenso può regalare. Si prosegue con la drammatica “Death Rides A Black Horse” e con il teatrino folle ed imperioso della title-track, ove Jon riesce a mascherarsi da vero e proprio imbonitore di rimandi onirici. “Afterglow” gioca sulla doppia linea tenue/aggressiva fino a sublimare sé stessa nella coda finale pregna di rimandi jazz.
Con “Living On The Edge” si fanno strada stilemi sonori legati maggiormente alla facilità ed alla velocità, ma è un piccola pausa che serve a rendere più forte il gioco delle emozioni che è capace di donare una brano come” Looking For Nothing”, ballad dal mood introspettivo e dalle calde sonorità acustiche. Si tornano a calcare i lidi della follia con “The Evil Within” e con riffs sabbathiani di “I Fear You”, intervallate dalle soavi note di “Winter Haven”, vicina alle manifestazioni sofferte di albums come “Streets” e “Dead Winter Dead”. A conclusione troviamo il climax emotivo di “Now”, sul quale pronunciarsi sarebbe a dir poco riduttivo, tanta è la classe innata che i suoi quattro minuti riescono a regalare.
Concludendo, un lavoro incredibilmente intenso, dal flavour magico. Un album che riesce a mettere a nudo l’animo di uno dei pochi Artisti delle sonorità in esame. Come sempre, non vi sono pari.